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di Giuseppe Legato

La Stampa, 16 maggio 2023

L’etichetta del “nuovo Cospito”, si materializza ogni giorno che passa. E anche se i reati per cui è detenuto sono diversi da quelli dell’ideologo della Federazione anarchica informale, la storia di Domenico Porcelli, 49 anni, originario di Bitonto (Bari), condannato in primo grado a 26 anni di carcere per associazione mafiosa, ricalca quella dell’uomo che col suo sciopero della fame, per mesi, ha aperto un fronte sul 41 bis e sulle sue ombre. Da 84 giorni rifiuta il cibo che gli agenti del supercarcere di Bancali a Sassari destinano quotidianamente ai detenuti in regime speciale: “É dimagrito 14 kg racconta la sua legale Maria Teresa Pintus (che ha già assistito anche Cospito nel periodo di detenzione nel penitenziario sardo) - hanno già dovuto iniziare a fare flebo che però da qualche giorno sono interrotte per sua stessa richiesta e determinata volontà. Sono comparse delle forme di disestesia alla mano destra e dolori all’avambraccio destro”.

Porcelli è un presunto boss della mafia metapontina: Scansano, Tursi, Policoro, una lingua di mare Jonio incastrata tra la Calabria e la Puglia sulla statale 106 che collega Reggio Calabria a Taranto sulla quale si è abbattuta una sentenza di primo grado definita storica dagli investigatori: la prima per 416 bis in Basilicata. Ristretto in custodia cautelare perché non vi è ancora una condanna definitiva a suo carico. Per questa - e non vi è certo automatismo - mancano ancora due gradi di giudizio.

“Inaccettabile” per il suo legale. Che rimarca come “nessun parlamentare ha sentito il bisogno di interloquire con lui né tantomeno il ministro della giustizia che è stato più volte sollecitato mentre il garante nazionale ha inviato una risposta scritta a me, ma non è mai andato a trovarlo in questi mesi di sciopero della fame”. Una sorta di “Cospito di serie B”.

Porcelli è detenuto dal 2018 ha già trascorso più di 4 anni in regime di carcere duro, da pochi mesi il provvedimento - come da protocollo - è stato prorogato. Nelle relazioni depositate a supporto della decisione “si parla di telefonini e computer in suo possesso”.

Ma - ribatte la legale già difensore (tra gli altri) di Alfredo Cospito - non sarebbero mai stati svolte indagini approfondite sul caso”. E poi nella zona di influenza del boss tra i vertici del cosiddetto “clan Schettino” (un ex carabiniere condannato a 25 anni e mezzo di cui Porcelli è ritenuto luogotenente) sarebbero successe cose strane negli ultimi tempi: incendi, atti intimidatori che qualificherebbero la pericolosità sociale del detenuto. “Il mio assistito - racconta la legale Pintus - non c’entra con questa storia e pare che la radice di essa sia in motivi privati di un uomo mai collegato al presunto clan.