di Giancarlo Visitilli
Corriere del Mezzogiorno, 12 ottobre 2022
I due ragazzi hanno 16 anni: lui in carcere, lei fuori lo aspetta. È da oggi in libreria “Una storia sbagliata (LiberAria edizioni), il primo romanzo di Giancarlo Visitilli. Bari fa da fondale alla storia di due ragazzi. Uno, vita familiare difficile, frequenta il carcere. L’altra, famiglia benestante, va al liceo classico. Fra loro la scuola, gli assistenti sociali e i familiari. Ma anche il teatro, la letteratura, il cinema e la musica come tentativi di sfuggire a un destino destinato a non risolversi. Ne pubblichiamo un estratto.
Saverio si è preparato al battesimo, un’iniziazione cominciata sette anni prima: dai furti di caramelle, prima quelle piccole e senza confezioni, poi quelle con scatole ingombranti da nascondere all’interno del giubbotto. Bisogna avere dimestichezza con altri prodotti, come i barattoli di Nutella, sostituiti in poche settimane dalle bottiglie di vino o liquori pregiati, quindi i profumi e poi, con qualche abilità in più, il passaggio ai preziosi in oro o argento è assicurato. Il gran salto avviene facendo il palo all’uscita delle gioiellerie: lì davanti si impara a fare rapine con pistole false per conquistare oro vero. I Gratta e Vinci sono la patente per tutto il resto. Nel frattempo, la paranza si esercita con pesci più grandi, e così s’imparano gli scippi, come entrare negli appartamenti del centro città. La regola è: mai scegliere quelli nel quartiere in cui si abita. I suoi compagni, Mimmo sopra tutti, hanno tramandato anche a lui la lezione dei maestri, i più capaci e competenti: prima di andare a far baldoria, è necessario farsi di qualcosa. “Non devi essere lucido, mai. Devi andare senza problemi, senza pensare a niente, k la uerra ‘ngap!”. E così, lui e Mimmo, quel giorno hanno pianificato tutto. Si procurano due caschi integrali col vetro oscurato, il loro uso deve essere autorizzato da quelli della mala, ma è sconsigliato dagli sbirri, “perché così accadono i morti per errore”, ha sentito dire una volta da un carabiniere.
La moto, adesso, con il marmittone, è una garanzia. Lui e Mimmo, un’ora prima, l’hanno riempita di adesivi bianchi e rossi con la scritta Bulldog Bari. Oltre che truccata deve essere irriconoscibile per chi l’abbia vista qualche giorno prima, e il rumore del marmittone è fatto apposta per segnalare il passaggio. Nello scantinato, i tipi della banda di Magnaccia raccolgono i pezzi di ricambio rubati. Il posto ha una struttura diversa rispetto a quelli della gente comune, dove, per lo più, si tengono la conserva di pomodoro e i sottoli. In quel posto, invece, c’è una prima stanza di competenza dei più piccoli della banda; dietro questa, nascosta da un muro in cartongesso, la zona riservata ai grandi. Qui, lui e Mimmo non potranno entrare fino a quando il capo non glielo permetterà. Sanno soltanto che dietro, in genere, si nascondono droga, kalashnikov e tutto quanto serve per le baldorie. “Vuoi scommettere che oggi incartiamo?” gli chiede Mimmo mentre rolla una canna. Le gambe tremano, le mani anche di più. E se sbaglio? E se cado dalla moto? Se qualcuno mi prende? In quel tugurio si respira l’odore acre di mastice e grasso, insieme al fetore nauseante di hashish, recuperato dalla manovalanza albanese. “Tieni, prova! Vuoi fumare? È l’erba al polline, arriva dall’Albania: roba buona” gli chiede Mimmo, pur sapendo che a lui non piacciono neanche le sigarette.
Saverio e Mimmo si mettono in moto: percorreranno tutto il viale Europa per arrivare nel grande viale Delle Regioni, dove ci sono le bancarelle del mercato settimanale. È il giorno in cui i pensionati riscuotono l’assegno mensile all’ufficio postale a pochi passi da lì. Mimmo, alla guida, punta un signore abbastanza anziano. Quando si avvicinano, dice all’amico, che riconosce come un peso morto dietro di sé: “A questo dobbiamo fottere!” Saverio non è pronto. Lo perdono di vista, il signore. Rifanno più volte il giro intorno allo stesso viale, si accorgono di una macchina della polizia municipale e due vigili, a pochi passi dalle strisce pedonali. Aiutano le persone, per lo più anziane, a farsi strada fra le macchine che non si fermano neanche alle strisce pedonali. E i passanti quasi si inchinano davanti agli autisti con le facce pazienti, per aver ottenuto il permesso di attraversare, manco si trattasse di un piacere ricevuto. Ma in quel posto, di piaceri e permessi, bisogna chiederne a tanti.
La giornata è calda, ma a Saverio gela la schiena, per via del sudore intriso nella maglietta che sbatte contro la pelle, dietro i fianchi. Ha i brividi di freddo, la rizzicatina e i capezzoli duri da far male. Respira a fatica nel casco con la visiera abbassata e piena di condensa acquea prodotta dal respiro affannato.
Le sue mani sono come artigli penetrati nei fianchi di Mimmo, che più volte gli ha urlato, fra il rumore della marmitta e quello del vento, fomentato dal battere della cinghia del casco sotto il mento: “Uagliò, statti tranquillo. Devi andare tranquillo, senza agitazione. Non ti devi mettere la paura!”. Saverio non risponde e nel frattempo cerca di ricordare i consigli dati a suo padre dagli amici. Ricorda, a mo’ di flash, le immagini di serate preparatorie per qualche grossa rapina o di quelle che lui sin da piccolo ha imparato a considerare, sempre secondo gli insegnamenti del padre e dei suoi amici, giornate di lavoro, quelle in cui fai dalle otto alle dieci ore di spaccio o di palo: giorni in cui riesci a portarti a casa non meno di cinquecento euro.











