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di Gennaro Grimolizzi

Il Dubbio, 3 novembre 2025

Per trentatré volte si trovò imputato: corruzione di minore, oscenità, oltraggio. dietro i processi, il volto di un’Italia che non sapeva tollerare la sua voce libera. Pier Paolo Pasolini: poeta, scrittore, regista e anche imputato eccellente. Per ben 33 volte è stato processato, tanto da provocare una spaccatura nell’opinione pubblica con opposti schieramenti. I detrattori di Pasolini provarono in tutti i modi ad abbattere un personaggio scomodo e controcorrente per l’epoca in cui visse. La prima volta in cui si presentò al cospetto della legge fu nel 1949 (aveva 27 anni). Gli vennero contestati i reati di corruzione di minorenne e atti osceni in quello che fu ribattezzato lo “scandalo di Ramuscello”.

Nella frazione di San Vito al Tagliamento, PPP si appartò con alcuni ragazzi. La notizia dell’incontro proibito si diffuse nel giro di poco e portò all’interessamento da parte dei carabinieri e della Pretura, nonostante la mancanza della querela da parte dei genitori dei ragazzi. Dopo la laurea in Lettere a Roma nel 1945, Pasolini si trasferì in Friuli dove venne assunto come professore delle scuole medie a Valvasone, in provincia di Udine. Le pesanti accuse, oltre ad avere conseguenze giudiziarie, provocarono la perdita del posto di lavoro e l’espulsione dal Partito comunista italiano per “indegnità morale e politica”.

In quella occasione Pasolini scrisse una lettera a Ferdinando Mautino, della Federazione di Udine: “Fino a stamattina mi sosteneva il pensiero di avere sacrificato la mia persona e la mia carriera alla fedeltà a un ideale; ora non ho più niente a cui appoggiarmi. Un altro al posto mio si ammazzerebbe; disgraziatamente devo vivere per mia madre. Vi auguro di lavorare con chiarezza e passione; io ho cercato di farlo. Per questo ho tradito la mia classe e quella che voi chiamate la mia educazione borghese; ora i traditi si sono vendicati nel modo più spietato e spaventoso. E io sono rimasto solo col dolore mortale di mio padre e mia madre”.

Pasolini venne difeso per i fatti di Ramuscello dall’avvocato Bruno Brusin, originario di San Vito al Tagliamento, scomparso nell’estate del 2015 all’età di 94 anni. Dopo la condanna in primo grado nel 1950, l’assoluzione in appello giunse nel 1952. Tutta la documentazione del processo è stata donata dalla famiglia di Brusin al Comune di San Vito. Il faldone contiene anche il verbale dei carabinieri della stazione di Cordovado con le “testimonianze di paese” sull’episodio di cui fu protagonista Pasolini in compagnia di alcuni ragazzi a Ramuscello e dal quale scaturì l’incriminazione. È possibile visionare pure i documenti della pretura di San Vito al Tagliamento e gli atti dell’appello con tanto di appunti scritti a mano e sottolineature. La linea difensiva scelta dall’avvocato Brusin fu molto chiara sin dall’inizio. Il legale fece leva sulla mancanza di una denuncia da parte delle famiglie dei giovani coinvolti nello scandalo. Tra l’altro, due di loro e Pier Paolo Pasolini furono assolti in appello per insufficienza di prove. Ma i guai giudiziari non erano destinati a finire.

“Volete sbranarlo, Pasolini?”. Con questa espressione esasperata l’avvocato Francesco Carnelutti stigmatizzò l’attacco durissimo al quale fu sottoposto il suo assistito durante il processo di Latina. All’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso Pier Paolo Pasolini venne processato per rapina a mano armata. Il 18 novembre 1961 l’intellettuale venne denunciato dal proprietario di una pompa di benzina di San Felice Circeo. Il processo stabilì che Pasolini agì per simulare la sequenza di un suo film e non per rapinare il benzinaio. Il regista venne comunque riconosciuto colpevole di minaccia con arma.

Umberto Apice, magistrato ed ex avvocato generale presso la Corte di Cassazione, ha scritto un interessante libro, intitolato “Processo a Pasolini. Un poeta da sbranare” (Zolfo editore, prefazione di Roberto Saviano) sui fatti del Circeo e sulla sentenza del Tribunale di Latina. “Durante il dibattimento - evidenzia Apice - l’avvocato della parte civile, Giorgio Zeppieri, faceva le richieste più assurde al Tribunale con il solo scopo di denigrare e demonizzare Pasolini. Un atteggiamento che alla fine fece sbottare Carnelutti, il quale espresse disappunto e preoccupazione in merito alla volontà di sbranare in quel processo il suo assistito.

Non mancarono alcuni articoli, soprattutto sui giornali di estrema destra, come il Secolo d’Italia e Il Borghese, che crearono una vera e propria campagna stampa contro il regista. Penso a Gianna Preda, che, parlando di un battibecco tra Carnelutti e Zeppieri, descrisse le diverse simpatie politiche dei due legali, impegnati però a difendere persone che avevano orientamenti opposti ai loro. La difesa della parte civile nel processo insisteva per la perizia psichiatrica da fare a Pasolini. In realtà si trattò di una spia che fece capire come Zeppieri fosse lo specchio di una parte della società che voleva a tutti i costi demonizzare Pasolini”.

Orientamenti opposti tra il difensore e l’assistito anche nel processo di Benevento del 1972, ma con un unico obiettivo: dimostrare l’infondatezza di certe accuse. A Pasolini venne contestato il reato previsto dall’articolo 528 del Codice penale, che punisce tra l’altro la fabbricazione di immagini oscene per farne commercio o esporle pubblicamente. Il Tribunale di Benevento ebbe la competenza per territorio in quanto nella città campana ci fu la prima del film “I racconti di Canterbury”. Alcune scene vennero considerate offensive per il comune senso del pudore.

Alfredo De Marsico, già ministro della Giustizia dal febbraio al luglio del 1943 e componente del Gran Consiglio del fascismo, assunse l’incarico difensivo in favore del regista. De Marsico si considerò sempre un garantista e, nonostante l’appartenenza al fascismo durante il Ventennio, non ebbe nessuna titubanza nell’assistere Pasolini. Mussolini considerava De Marsico un “liberale del fascismo”; il giurista napoletano dal canto suo disse che il partito lo considerava un “fascista non conformista”.

Il processo con al centro “I racconti di Canterbury” si articolò nei tre gradi di giudizio tra l’ottobre del 1972 e il dicembre 1973, mentre il procedimento d’esecuzione, avviato dalla difesa di Pasolini e dal produttore Alberto Grimaldi, ebbe lo scopo di ottenere il dissequestro della pellicola. La Corte di Cassazione, nel dicembre 1973, assolse in via definitiva Pasolini e gli altri imputati da ogni accusa. Nello stesso anno il film ottenne l’autorizzazione definitiva ad essere proiettato nei cinema con una ordinanza del Tribunale di Benevento, dopo un ricorso in Cassazione della procura beneventana che fece giurisprudenza (il dissequestro era subordinato all’assoluzione definitiva di Pasolini).

Nella memoria per consentire la proiezione del film, sottoscritta anche dall’avvocato Giuseppe De Luca, Alfredo De Marsico si soffermò sull’esigenza di un intervento dei giudici privo di pregiudizi ideologici, all’insegna dell’imparzialità, con una sottolineatura che, in materia cautelare, sembra ancora attuale: “La libertà dell’arte restaurata dal giudice con la sentenza non può essere sottoposta ad una ulteriore “censura sospensiva” attuata “di fatto” mediante l’impugnazione di un organo (P.M.) che non gode costituzionalmente delle stesse garanzie di indipendenza del giudice (articolo 107, ultimo comma, della Costituzione)”.