di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 8 agosto 2026
Alcune vicende che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese sono spesso usate come clava per attacchi politici. Tre giorni fa, durante la dichiarazione di voto sul caso Delmastro, il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, ha tirato in ballo più volte il presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, scomparso quindici anni fa, ricordando la sua elezione al Quirinale con il sostegno sinistra. Oltre a questo richiamo, l’accusa più grave: “Scalfaro liberò 300 mafiosi”.
Come ha chiarito più volte sul Dubbio Damiano Aliprandi, massimo esperto della materia carceraria e della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, il presidente della Repubblica non ha alcun potere sul carcere duro; tutt’al più la competenza sarebbe del guardasigilli. Nel novembre del 1993 il ministro della Giustizia dell’epoca, Giovanni Conso, uno dei più autorevoli studiosi della procedura penale, non prorogò 336 decreti di 41-bis. Soltanto 18 destinatari della misura vennero considerati appartenenti alla mafia e a 7 di loro, nel giro di poco tempo, il regime speciale di detenzione fu nuovamente applicato. Gli appartenenti a Cosa nostra erano pari a meno del 5,5% di tutti i detenuti con decreto in scadenza. E comunque non ottennero la libertà, ma rimasero in carcere. Alla base di questa scelta ci fu una sentenza della Corte Costituzionale - la numero 349 -, depositata il 28 luglio 1993, che imponeva la valutazione caso per caso dell’applicazione del 41-bis.
Il corto circuito - volutamente o improvvidamente - provocato dalle parole di Bignami è consistito nell’aver avallato il teorema della “trattativa Stato-mafia” da sempre messo in dubbio, anzi contestato, proprio dalla destra. Una strumentalizzazione deleteria a detrimento della verità storica e giudiziaria. Un approccio altrettanto deleterio per una corretta informazione e per consolidare le fondamenta su cui si basa la coscienza civica di un Paese in riferimento agli attacchi mafiosi ai danni delle istituzioni democratiche di oltre trent’anni fa. Il 41-bis è l’asse portante del teorema della “trattativa Stato-mafia”.
A tal riguardo l’iniziativa di due alti ufficiali del Ros, Mario Mori e Giuseppe De Donno, sarebbe stata, a differenza di quanto da loro sostenuto, non autonoma e non volta a catturare i latitanti mafiosi, bensì indotta dall’allora ministro per gli “Interventi straordinari per il Mezzogiorno”, Calogero Mannino. La “trattativa” sarebbe sfociata nella presentazione da parte di Totò Riina del cosiddetto “papello”, che, come è noto, è stato fornito materialmente da Massimo, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, in copia ai pm nell’ottobre del 2009, in cui in dodici punti si riassumevano le richieste di benefici per Cosa nostra. Riina avrebbe offerto, in cambio dell’accoglimento delle proprie istanze, l’abbandono del piano stragista.
Vale la pena ricordare brevemente la storia del “papello”. Il foglietto sarebbe stato consegnato da Vito Ciancimino ai Ros, i quali, in concorso con Calogero Mannino, si sarebbero adoperati per esercitare una pressione sul governo per far approvare provvedimenti in grado di soddisfare le pretese di Riina. Con quale obiettivo? La mancata proroga del 41-bis per centinaia di mafiosi. La sentenza sui rapporti tra pezzi dello Stato e mafia si basa principalmente su questa tesi. Ma in assenza di tale tesi, si sbriciola l’intero impianto della “trattativa Stato-mafia”.
L’assoluzione dell’ex ministro Calogero Mannino, il quale scelse di essere processato con un rito abbreviato, ha smontato la ricostruzione appena ricordata. Le motivazioni di assoluzione chiariscono ulteriormente la questione del mancato rinnovo del 41-bis ai 336 detenuti in scadenza a decorrere dal 1° novembre 1993. La vicenda è nata dall’invio di una nota del 29 ottobre dello stesso anno, finalizzata ad aprire, dopo la sentenza della Corte costituzionale che invitava il governo a valutare il 41- bis caso per caso, un’istruttoria con le autorità giudiziarie e di polizia competenti per acquisirne i relativi pareri.
Così avvenne. Nelle motivazioni di assoluzione emergono diversi dati oggettivi con i quali si smentisce la tesi per cui l’omessa proroga dei 336 decreti applicativi del 41-bis sia stata l’effetto della cosiddetta “trattativa”. Inoltre, i giudici smontano la prova dell’avvenuta “trattativa”, rilevando la necessità di portare distensione nelle carceri “a tratti, e per lunghi lassi di tempo, luoghi sovraffollati di disumanità”.
Un approccio “umanizzante” posto in essere già con il precedente capo del Dap, Niccolò Amato. La distensione da realizzare nelle carceri, aggiungono i giudici, “nulla ha a che fare con il venire a patti con la criminalità, ma che molto ha a che fare con la tutela della dignità dei detenuti, di qualunque estrazione sociale essi siano”. La tesi - per un certo periodo suggestiva, propinata a lettori e telespettatori dai “santoni” dell’antimafia -, secondo la quale l’ex ministro Calogero Mannino non fece alcuna pressione per la revoca del regime di detenzione dura, rappresentando una sorta di annunciatore della minaccia alla base della “trattativa”, cadde definitivamente.









