di Barbara Cottavoz
La Stampa, 17 giugno 2024
Il ricercatore dell’Università Piemonte Orientale che ha vissuto a Novara è detenuto dal 2016. È stato condannato a morte perché considerato una spia di Israele. Lo scambio tra prigionieri c’è stato ma non ha riguardato Ahmadreza Djalali. Svezia e Iran hanno diffuso la notizia di aver raggiunto l’accordo in cui speravano molto tutti, familiari, amici e sostenitori della campagna di mobilitazione per liberare il medico e ricercatore del Crimedim dell’Università del Piemonte orientale condannato a morte da Teheran. Non è andata così e ora la situazione per lui è preoccupante: Teheran è riuscita a portare a casa tutti i suoi per cui proponeva uno scambio. “Siamo sconcertati - ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, - e in ansia per Ahmad”.
Djalali ha lavorato al centro di ricerca sulla Medicina dei disastri di Novara dal 2012 al 2015 prima di trasferirsi in Svezia con la famiglia a fine dicembre: il 25 aprile dell’anno successivo è stato arrestato con l’accusa di spionaggio, mai provata, durante un viaggio in Iran su invito dell’Università di Teheran. Una trappola: lui dal carcere ha fatto avere a La Stampa un documento in cui racconta di aver rifiutato per due volte di collaborare con i servizi segreti iraniani e che la sua condanna a morte sarebbe una ritorsione.
Da quel giorno del 2016 è in una cella del carcere di Evin e fino ad ora nulla, nemmeno la mobilitazione di premi Nobel e accademici di tutto il mondo, di organizzazioni come Amnesty International, e dei governi di Svezia, di cui ha avuto la nazionalità, Belgio, dove ha lavorato, e Italia, dove ha anche vissuto (è cittadino onorario di Novara), ha ottenuto nulla. Un’opportunità poteva essere lo scambio di prigionieri. L’Iran voleva riportare in patria un suo diplomatico arrestato e condannato ad Anversa e ce l’ha fatta, rilasciando un cooperante di doppia nazionalità iraniana e belga, e puntava soprattutto alla liberazione di Hamid Nouri, condannato all’ergastolo per il coinvolgimento nei massacri delle prigioni iraniane del 1988.
L’accordo c’è stato e l’Iran ha “restituito” il funzionario svedese in forza alla diplomazia dell’Ue Johan Floderus, in carcere a Teheran da due anni, e Saeed Azizi, un altro cittadino svedese arrestato nel novembre 2023. “Sono persone che l’Iran ha imprigionato come moneta di scambio - commenta da Roma Noury - e l’idea che la Svezia abbia accettato questo ricatto è scandalosa. Ma una volta compresa questa cinica strategia, è vergognoso che il governo svedese abbia lasciato indietro il suo cittadino Ahmadreza Djalali, arrestato otto anni fa e da sette con un cappio al collo: un’immagine che, da metaforica, rischia di diventare reale perché l’Iran ha ottenuto ciò che voleva e Djalali non serve neanche più per negoziare contropartite”.
A Stoccolma la moglie Vida Mehrannia ha saputo della trattativa e dell’esito (che non riguardava suo marito) dai media svedesi, subendo anche la ferita delle dichiarazioni trionfalistiche del ministero degli Esteri iraniano che ha sottolineato “la forza” della diplomazia di Teheran e delle immagini trasmesse dalla tivù di Stato con di Hamid Nouri che scendeva zoppicando da un aereo all’aeroporto internazionale Mehrabad di Teheran e veniva abbracciato dal”a sua famiglia: “Sono Hamid Nouri. Sono in Iran. Dio mi rende libero”.
Adesso la strada che resta porta all’Unione Europea e punta sulle parole dell’Alto rappresentante Josep Borrell postate sui social: “Altri cittadini Ue sono ancora arbitrariamente detenuti in Iran e noi, insieme agli Stati membri, continueremo a lavorare per ottenere la loro liberazione”. Il portavoce di Amnesty Nouri ha incalzato: “Speriamo non siano parole di circostanza. In nome del fatto che Djalali ha trascorso anni in Italia, contribuendo all’avanzamento della ricerca scientifica qui, adesso è importante che si muova anche il nostro Governo”.









