di Lorenzo Muccioli
Il Resto del Carlino, 13 ottobre 2025
La Corte di Cassazione ha respinto l’istanza per ingiusta detenzione presentata da un 31enne rimasto in carcere per 235 giorni con l’accusa di rapina ed estorsione. L’uomo era poi stato assolto dal tribunale. Aveva chiesto un risarcimento per ingiusta detenzione, ma la Cassazione respinge tutto. Protagonista della vicenda è un 31enne originario di Napoli ma residente nel Riminese, che tra il 2020 e il 2021 aveva trascorso 235 giorni (quasi otto mesi) in carcere con l’accusa di rapina aggravata e tentata estorsione. Assolto in seguito dal tribunale, aveva presentato domanda di risarcimento per il periodo trascorso in cella, sostenendo di essere stato privato della libertà ingiustamente. Ma la Suprema Corte non è dello stesso avviso.
I fatti risalgono al 31 luglio 2020, quando la polizia interviene nei pressi della filiale ‘CheBanca!’ di via Roma a Rimini. A chiamare gli agenti è un uomo che sostiene di essere stato avvicinato e minacciato dal 31enne, il quale avrebbe tentato di obbligarlo a prelevare del denaro. Alla vista delle divise, il sospettato scappa di corsa, ma viene raggiunto poco dopo. Condotto in questura e interrogato, nega ogni minaccia o violenza ma ammette di aver chiesto soldi alla persona offesa. Nel frattempo l’uomo che lo ha denunciato riferisce un secondo episodio analogo avvenuto pochi giorni prima, il 23 luglio, parlando di richieste insistenti di denaro e tentativi di farsi consegnare i codici del bancomat. Da qui la custodia cautelare, durata quasi otto mesi. Nel giudizio di merito, però, la posizione del 31enne viene rivista: il tribunale ritiene non pienamente attendibili alcune dichiarazioni della persona offesa e lo assolve.
Fine della storia? No. Perché la legge prevede che l’assoluzione non comporti automaticamente un indennizzo per ingiusta detenzione. E qui sta il punto centrale della sentenza. La Cassazione conferma infatti la decisione della Corte d’appello di Bologna, secondo cui fu lo stesso 31enne a ingenerare le condizioni del suo arresto, con comportamenti “obiettivamente equivoci e idonei a far intervenire le forze dell’ordine”: in particolare, la fuga alla vista degli agenti e il fatto di non aver fornito spiegazioni chiare sulle sue richieste di denaro.
In altre parole: anche se assolto, il suo comportamento ha legittimato l’intervento restrittivo. Di conseguenza, niente indennizzo. Per la Cassazione “non è configurabile nel caso in cui l’interessato abbia tenuto, consapevolmente e volontariamente, una condotta tale da creare una situazione di doveroso intervento dell’autorità giudiziaria, oppure una condotta informata a negligenza o imprudenza, sì da costituire prevedibile ragione dell’adozione di un provvedimento restrittivo della libertà personale o di mancata revoca di quello già emesso”. Per i giudici cassazionisti “la motivazione della Corte bolognese, né apparente né illogica, risulta conforme all’orientamento giurisprudenziale”.
La Cassazione ha inoltre respinto anche le eccezioni difensive sulla gestione delle spese e delle precedenti misure sospese, dichiarandole irrilevanti o assorbite. Il ricorso viene dunque definitivamente respinto, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.










