di Stefano Giordano*
Il Riformista, 2 giugno 2026
La notizia è semplice, anche se arriva dopo trent’anni di processi. Vincenzo Scarantino era il falso pentito le cui dichiarazioni avevano fatto condannare all’ergastolo sette innocenti per la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, quella in cui furono uccisi il dottor Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Quando il castello di bugie crollò - grazie alle rivelazioni del vero collaboratore Gaspare Spatuzza - quei sette furono assolti in revisione nel 2017. La giustizia, in quel caso, arrivò. In ritardo, ma arrivò. Scarantino, però, aveva anche detto un’altra cosa: che non aveva mentito di sua iniziativa. Che era stato indotto, pressato, costruito a tavolino dagli stessi apparati investigativi che gestivano la sua collaborazione. Per queste dichiarazioni - per aver accusato magistrati e poliziotti di averlo imbeccato - fu a sua volta condannato per calunnia in un processo celebrato a Roma. Oggi la Corte d’Appello di Perugia, su istanza dell’avv. Vania Giamporcaro di Progetto Innocenti, ha revocato quella condanna. La calunnia non c’è.
Scarantino non era un calunniatore. Era un piccolo congegno in un meccanismo molto più ampio, costruito da pezzi delle stesse istituzioni che poi lo hanno processato quando ha avuto il coraggio di dire chi lo aveva fabbricato. Questo è il senso della sentenza di oggi. Non una riabilitazione morale di un uomo che non è mai stato uno stinco di santo. Una constatazione: che le sue accuse non erano un crimine. Se questa verità è emersa, il merito non è delle istituzioni in astratto.
È degli avvocati che le hanno obbligate a guardare dove non guardavano: Fabio Trizzino, genero di Borsellino e difensore dei suoi figli; Rosalba Di Gregorio, che ha ottenuto l’assoluzione in revisione degli innocenti condannati per le parole di Scarantino; e l’avv. Vania Giamporcaro, che lo ha difeso fino a oggi. Le istituzioni, alla fine, hanno risposto. Ma perché qualcuno le ha costrette a farlo. Chi ha depistato le indagini su via D’Amelio e chi le ha condotte senza chiedersi mai perché portavano sempre nella stessa direzione sbagliata non ha titolo per ergersi oggi a custode della verità su quella strage. Non lo ha chi ha depistato. Non lo ha chi si è fatto depistare. Per loro, una sola parola: il silenzio.
*Studio Legale Giordano & Partners










