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agensir.it, 3 luglio 2026

“Il profumo del pane appena cotto, dello zucchero che caramella, della pasta di mandorle lavorata a mano, del biscotto appena uscito dal forno. Anche così si può parlare di carcere e dei laboratori nati dentro le mura di alcuni istituti penitenziari italiani, dove uomini e donne detenuti imparano un mestiere vero, con orari, regole, clienti da non deludere”. Stefano Lampertico, direttore di “Scarp de’ tenis”, introduce così il dossier del nuovo numero della rivista di strada. “Lo certificano i numeri: chi lavora durante la detenzione, soprattutto con percorsi formativi solidi come quelli della pasticceria, ha una recidiva minore rispetto a chi, i mesi e gli anni, li passa in una cella senza far nulla.

E c’è poi un valore aggiunto, meno misurabile ma altrettanto concreto: quei dolci escono dal carcere e arrivano sulle tavole di chi non ha mai pensato a quei luoghi”. Lampertico aggiunge: “Comprare un panettone fatto da chi sta scontando una pena significa, senza bisogno di proclami, mettersi in relazione con un pezzo di società che normalmente teniamo a distanza. È un piccolo atto che incrina il muro dell’indifferenza, da entrambi i lati”. Questo racconta la rivista nel servizio di copertina, un viaggio negli istituti di pena “dove si insegna il lavoro e dove si producono cose buone”.