di Ilaria Cucchi*
La Stampa, 13 agosto 2023
Questa situazione è il fallimento di un Paese che vorrebbe apparire civile. I problemi non si risolvono buttando la gente in una cella angusta, sovraffollata e senza diritti. Sono ancora qui a dover parlare di morte in carcere. Mi sento tanto stanca, ma non posso permettermi di esserlo e, questo, lo so bene. È il mio destino, il ruolo che mi sono imposta per rispetto di mio fratello Stefano e di tutta la mia famiglia. Nel corso di questi primi mesi di mandato sono state numerose le mie ispezioni negli istituti di pena italiani. Sono avvenute quasi tutte a sorpresa e, cioè, senza preavviso. Ho potuto entrare nel vivo di una realtà inimmaginabile e tanto difficile da raccontare ma, questo è sicuro, mi farò carico di divulgarla perché tutti sappiano e nessuno possa voltarsi dall’altra parte senza doversi poi vergognare. Non ci sono buoni così come non ci sono cattivi. C’è solo il fallimento desolante di un Paese che vorrebbe apparire ciò che troppo spesso non riesce ad essere: civile e democratico.
Oggi dobbiamo parlare di Azzurra Campari e Susan John. Due donne inghiottite dal nostro sistema giudiziario che muoiono in queste ore nel carcere di Torino. Azzurra e Susan non hanno nulla in comune se non il fatto che, dopo avervi fatto ingresso, hanno entrambe deciso di morire. Azzurra ha 28 anni, problemi di droga ed una vita difficile costellata di piccoli reati contro il patrimonio. Quando parla in videochiamata con la madre, si trova in isolamento e le dice disperata: “Mamma! Non ce la faccio più!”. La madre si preoccupa perché Azzurra ha già un curriculum alle spalle di atti di autolesionismo.
Quella mamma ha ragione a preoccuparsi perché sua figlia, proprio ieri, si è impiccata nella sua cella senza che nessuno facesse nulla. Non ha potuto aiutare sua figlia. Azzurra è morta punto e basta. Un suicidio è una tragedia terribile perché, oltre ad infliggere ai famigliari della persona scomparsa il dolore incolmabile di quella perdita, li colpevolizza senza tregua per ciò che avrebbero potuto fare o non fare affinché quella tragedia non si verificasse. Quel senso di colpa non ha senso. È solo dettato da irrazionale e profonda sofferenza per quella ineluttabile perdita che si vorrebbe tanto rifiutare. Questi sono sentimenti umani, difficili da vivere, ma sani.
Sono gli esatti sentimenti che vorrei che affliggessero le coscienze di coloro che, rappresentando le Istituzioni di questo Stato, hanno osato concepire le nostre carceri come vere e proprie discariche umane al grido di “ in Galera!! E buttate via le chiavi!!”. Come se tutto si potesse risolvere rinchiudendo persone che sbagliano o si presume abbiano sbagliato, in una angusta e sovraffollata cella, senza diritti. Vorrei tanto che costoro provassero vergogna per la loro pseudo cultura così violentemente propagandata per rassicurare la pancia della gente che, purtroppo, troppo spesso rimane ignara di quanto più grande e complesso possa essere il problema. Azzurra ha raggiunto, poche ore più tardi, Susan.
Susan era una madre di origine nigeriana che era stata condannata dal Tribunale di Catania a 10 anni e 4 mesi per tratta di esseri umani. Dicono che non ha mai smesso di protestare la propria innocenza in inglese. Sì, perché Susan non conosceva l’italiano. Il 22 luglio scorso È arrivata a Torino, dove abitano il marito ed i suoi due figli.
Il giorno dopo inizia a rifiutare pervicacemente cibo acqua e cure. Mi chiedo se sapesse dove si trovava. Fatto sta che cosi Susan corre incontro al suo destino: la morte che arriva proprio poche ore prima quella di Azzurra. Nessuno pare sia andato a trovarla in quei giorni. Fatto sta che lascia un biglietto apparentemente scritto di sua mano dove dice: “Se mi succede qualcosa avvisate il mio avvocato”.
Susan ha modificato per poco tempo il numero delle morti in carcere per auto determinazione. Azzurra l’ha seguita subito dopo aggiornandolo. Tutto questo è intollerabilmente drammatico e fa capire a qualsiasi uomo dotato di una normale coscienza che gli istituti di pena non debbono servire a far dimenticare alla gente “comune” dell’esistenza di coloro che vi sono imprigionati privati di identità dignità e diritti.
Tutto questo è profondamente incivile e trovo quantomeno grottesco che il comunicato della morte di Susan debba esser dato dal Sappe, un’organizzazione sindacale degli agenti di polizia penitenziaria. Mi chiedo perché ed a quale titolo. Spero che Susan ed Azzurra non vengano presto dimenticate ma temo, purtroppo, che così sarà facendo di loro soltanto un numero. Un numero terribile di una passata memoria che oggi si sta sbiadendo sempre più.
*Senatrice di Sinistra Italiana









