di Vincenzo Bisbiglia
Il Fatto Quotidiano, 31 gennaio 2024
“In Italia un caso Ilaria Salis non si sarebbe verificato”. Ne è sicuro Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, interpellato dal Fatto: nel nostro Paese i cosiddetti “schiavettoni” - i ferri con catene alle caviglie, con cui l’antifascista italiana è stata portata nell’aula di tribunale a Budapest - “non si usano più da decenni”. “La sensibilità istituzionale ha ridotto al minimo l’utilizzo di mezzi coercitivi”, aggiunge Roberto Lamacchia, presidente di Giuristi democratici. Norme che arrivano soprattutto dall’Europa, di cui fa parte anche l’Ungheria. Eppure chi gira tutti i giorni per i tribunali italiani vede file di detenuti che vengono condotti alle direttissime in manette, a volte anche con catene che li legano gli uni agli altri. Insomma, magari non alle gambe, ma gli “schiavettoni” sono tutt’altro che in archivio. Come mai?
La stella polare è la direttiva 343 del 2016 del Parlamento europeo sul “rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali”. Qui, il considerato numero 20 recita: “Le autorità competenti dovrebbero (notare il condizionale, ndr) astenersi dal presentare gli indagati o imputati come colpevoli, in tribunale o in pubblico, attraverso misure di coercizione fisica, quali manette, gabbie di vetro o di altro tipo e ferri alle gambe”, a meno che “il ricorso a tali misure sia necessario per ragioni legate al caso di specie in relazione alla sicurezza”. Il passaggio chiave sta proprio nella seconda parte, perché apre alla discrezionalità: la “necessità” legata “alla sicurezza”.
Fattore che nessuno valuta, come confermato dal XVII Rapporto dell’associazione Antigone: “Da diverse interviste con avvocati operanti in vari fori d’Italia - si legge nell’estratto redatto da Eleonora Colombo e Claudio Paterniti Martello - è emerso con chiarezza come a monte non vi sia alcuna valutazione concreta, puntuale, relativa al singolo caso”. D’altronde è la stessa direttiva europea ad amplificare la discrezionalità, anche per i “ferri” alle gambe: “La possibilità di ricorrere a misure di coercizione fisica non implica che le autorità competenti debbano prendere una decisione formale in merito”.
Come spiega il rapporto Antigone, il caso ungherese non è un unicum. In Italia, ad esempio, sono diffuse le “gabbie” dove i detenuti vengono fatti accomodare nelle udienze, non solo nelle aule bunker per i reati di mafia. Anzi. La Corte europea dei Diritti dell’Uomo (sentenza Khodorkovskiy e Lebedev contro Russia, 25 luglio 2013) dice che la “gabbia metallica può costituire trattamento degradante”.
In Francia, come in Russia, dopo il 2016 hanno trovato diffusione i “gabbiotti” in plexiglass, che eliminano l’effetto sbarre, ma minerebbero il diritto dell’imputato di dialogare col difensore. Anche in Spagna gli imputati spesso sono posti in manette dentro box trasparenti. Poi ci sono i casi extra-Ue. Negli Usa le catene ai piedi vengono utilizzati regolarmente. In Arizona, addirittura, in casi estremi è si vede ancora la chain gang, gruppi di detenuti con la “palla al piede”.
Qual è la differenza, dunque? Che le foto in manette (o con i “ferri”) vengono pubblicate sempre più raramente: il codice deontologico dell’attività giornalistica (legge 675/1996) è chiarissimo: “Le persone non possono essere presentate con ferri o manette ai polsi, salvo che ciò sia necessario per segnalare abusi”. Il boss Matteo Messina Denaro, arrestato nel 2023, ad esempio non fu ritratto in manette.











