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di Giacomo Urbano*

Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2024

Ora che nel tirocinio formativo dei magistrati si vuole prevedere per legge (proposta presentata alla Camera l’1.08) la lettura obbligatoria di Sciascia e Manzoni e uno stage in carcere di 15 giorni, pernottamento incluso. Ora che la fiducia nella giustizia è al minimo storico e gli aspiranti giudici studiano sul libro del prof. Gazzoni in cui si legge che “i magistrati uomini sono psicolabili e le donne instabili sulle vicende familiari”. Ora che l’emergenza principale del Paese è la separazione delle carriere. Ora che con l’ennesimo intervento sul codice di procedura penale si è accentuata la sfiducia nel pm. Ora, dunque, portiamoci avanti e immaginiamo a quale delle categorie di don Arena del Giorno della civetta appartiene l’umanità del giudice Bellodi, quella umanità “bella parola piena di vento” del romanzo. E così se si vuole imporre Sciascia per essere un buon magistrato, si può pensare di ragionare con il linguaggio degli scrittori e con il metro della poesia piuttosto che con quello delle pandette.

Il giudice ha radici e ali, dentro e fuori il tribunale. Il giudice non vive con la logica della tribù, parla il linguaggio delle procedure ma come lingua non come stereotipo, è figlio non figliastro di sua madre Temi. Il giudice raccontato da Sciascia ha dentro di sé tutto il repertorio dell’esistenza: la spensieratezza e il suo svenimento, la bellezza e il suo contrario, i flirt stantii e le vertigini dei colpi di fulmini, i lampi di felicità e i dolori intermittenti o persistenti. ll giudice, per non essere giudicicchio, non ama la giustizia in modo distorto, non la usa e non nasconde a se stesso e agli altri la propria finitezza. Non crede di essere sempre in credito con la vita ma piuttosto in debito. È colui che scompiglia l’ordinario paludato dello sterile dibattito sulle riforme della giustizia senza mai affrontare l’unico tema che conta veramente, quello dei tempi.

Il giudice che ha letto Sciascia, non perché obbligato ma incuriosito, vede nella clessidra della sua scrivania gli altri, tutti gli altri incontrati nel suo lavoro, vissuti, osservati, amati nelle loro derive malinconiche, nelle loro sconfitte quotidiane, nelle loro passioni frustrate; vede nel suo codice ormai ingiallito gli occhi un po’ avviliti, le impazienze, la perdita della speranza, che per Sciascia è come il coraggio di Manzoni. Il giudice, anche se non somiglia affatto a Franco Nero, per un’assoluzione, un’ordinanza, una sentenza combatte, a volte anche contro se stesso e contro le proprie cattive abitudini. Non ambisce a posti di visibilità, non si occupa di fatti mondani, di cronache anodine, prive di furia polemica, per lo più vili, senza denti, con la coda tra le gambe. Non ha il terrore del procedimento disciplinare che lo spinge a una giurisdizione difensiva. Il giudice sa amare il mondo, conosce il dolore di tutti e non si sente un novello Atlante quanto piuttosto un piccolo solitario granello di un qualcosa infinitamente più grande di lui. Il Giudice, quel giudice, anche se poi se ne va al Tar - in questa epoca inerte del bordello ideale, del brodino quotidiano e degli sbrodoloni telegenici - è quello ancora capace di prendere il mare, l’avvento dell’avventura, l’avvenire della solitudine, l’intoccabile. E così magari in questa estate torrida, per non diventare un “quaquaraquà”, quel giudice se ne andrà al mare, magari in quel mare di San Leone di Agrigento, magari frequentato da Sciascia, quel mare che vedeva, come dice nei suoi racconti, “del colore di vino”. Mare, cielo rovesciato, verso il quale gli uomini sono attratti, specie quelli di legge perché la giustizia non è terrena ma divina, e perciò si tufferà e aspetterà quella pioggia tanto agognata, la promessa di matrimonio del cielo che vuole diventare oceano. E da lì al tramonto, come un aruspice del ventunesimo secolo, scruterà le nuvole che al posto delle viscere degli uccelli gli indicheranno percorsi divini e imperscrutabili ma di sicuro in direzione ostinata e contraria alla burrasca in atto.

*Pm a Santa Maria Capua Vetere (Caserta)