di Roberto Barzanti
Il Manifesto, 14 dicembre 2025
Temi, memorie, recensioni, opere Due fascicoli della rivista internazionale “Todomodo” (Olschki editore) e il XVI “Leonardo Sciascia colloquium”: la drammatica attualità delle accuse dello scrittore siciliano. Se uno scrittore contemporaneo sollecita un gruppo di amici a produrre una serie di iniziative che non solo ne mantengano viva la memoria, ma ne approfondiscano le predilette tematiche e raccolgano testimonianze, recensioni, opere grafiche consone alla sua alacre creatività, questa è la migliore verifica della permanenza del suo mondo, delle domande che ha formulato, delle accuse che ha gridato. Come se le sue pagine fossero restate aperte e sollecitassero a proseguire il lavoro avviato con furore. È quanto è accaduto e accade a Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 settembre 1921- Palermo, 20 novembre 1989). Nel ‘93 Francesco Izzo si adoperò per far nascere il sodalizio Amici di Leonardo Sciascia e in seguito, tra variegate forme di omaggio, riuscì a dare alle stampe dal 2011, in accordo con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, una rivista annuale e internazionale edita da Olschki (Firenze) ricca di saggi, riletture, incisioni, proposte relative a un autore amatissimo. Non uno strumento di culto, ma una sede di incontri in cui filologia e storiografia, critica e inchiesta si fondono in una sapiente architettura.
Ed ecco in due tomi il più recente numero: Todomodo “Rivista internazionale di studi sciasciani”, Anno XV-2025 (Tomo I, pp. XIV-282; Tomo II, pp. VI-198, € 83,00). Sciascia rifiutò la definizione di “intellettuale impegnato”. Sapeva di Sartre, di partito preso, e proiettava un’azione o una dichiarazione su uno sfondo ideologico che finiva per sacrificare la schietta verità e la libertà di esprimersi. In un’intervista rilasciata a Parigi nel 1979 Sciascia si autodefinì con nettezza: “sono uno scrittore politico, il mio impegno è innanzi tutto politico, di dire sempre quello che ritengo sia la verità, di dirla senza badare ai pericoli, alle ostilità, alle inimicizie”. L’ossessione che lo inquietava era la giustizia, inseguita e mai raggiunta. Un sottinteso sillogismo agitava la sua ricerca civile: la giustizia per essere giusta deve fondarsi sulla verità, l’intera verità fattuale non è raggiungibile, ergo la giustizia avrà falle o si appoggerà su errori, falsità, vuoti, calunnie. Il giudice assumerà vesti inquisitorie, perché il fine verso cui a ogni costo sente di dover vittoriosamente approdare è il risultato, da ostentare come un trofeo conquistato. Il primato del risultato ignorerà contraddizioni da accettare in nome dell’espletamento di un dovere che non si è piegato a considerazioni umane dei singoli casi, sovrastato com’era da una norma astratta e universale.
Una delle sezioni della rivista è appunto “Contraddisse e si contraddisse”, motto non soltanto autobiografico. Dapprima si rende noto e si postilla (da Lucia Risicato) il carteggio tra il docente Francesco de Franchis (1930-2009) e lo scrittore, che prende le mosse dalla vicenda di Enzo Tortora, arrestato nel 1983 sulla base di un’imputazione cancellata in appello dopo un triennio di debilitanti diatribe. Il commento di Sciascia allarga il discorso ai modi dell’amministrazione della giustizia in Italia. La demagogia prevale sull’accertamento dei fatti: “E non parliamo del processo di Napoli. Non si capisce - se non da pochissimi - che nella misura in cui la giustizia si fa crimine la criminalità si fa inestirpabile”. In un articolo sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983 Sciascia esplose affermativo: “Non mi chiedo: ‘se Tortora fosse innocente?’: sono certo che lo è”. La protesta non ammetteva ipotesi o subordinate.
Viene riaperto (da Andrea Maori e Alessandro Tessari e da mirate testimonianze) il dossier sull’assassinio di Moro. In un testo buttato giù nel ritiro di Racalmuto subito dopo il ritrovamento del corpo dello statista (L’affaire Moro, Sellerio 1978) Sciascia si era soffermato a lungo sulle condizioni e sulle sorti del prigioniero, sulla “grandiosa messa in scena” nobilmente recitata dal 16 marzo al 9 maggio 1978. Durante la quale vittime della crudele operazione “sembravano essere - osserva Sciascia - coloro che non nutrivano grande amore per lo Stato o per lo Stato italiano così com’era; ma la vera vittima ne era Aldo Moro”: un protagonista che era stato solo un “grande politicante”, paragonabile al Kutusof di Tolstoi. Per Sciascia è inaccettabile il discredito che i detentori del potere gettano sulla figura di Moro, quasi che il nucleo del memoriale allusivo e angosciato che distillò - e ora ne disponiamo in un’edizione critica curata da Miguel Gotor (De Luca editori, 2019) - fosse elaborato da un uomo fuori di testa e quindi non credibile.
Maori affronta un dettaglio su cui si è sorvolato: nel corso di un’audizione della commissione insediata per indagare il caso Moro era riaffiorato il sospetto, riferito da Sciascia, che potessero esserci di mezzo servizi all’ordine di Stati stranieri, in particolare della Cecoslovacchia. L’ipotesi fu resa pubblica nonostante il segreto da salvaguardare. Sciascia aveva rievocato, testimone Renato Guttuso, una riunione del ‘77 nella quale Enrico Berlinguer non aveva negato che nell’alimentare le strategie del terrorismo ci fosse un soggetto straniero e “si era parlato della possibilità che tale presenza fosse la Cecoslovacchia”; e aveva aggiunto che “il governo italiano si preparava a chiedere l’espulsione di due diplomatici cechi”.
Le ombre di quella conversazione, ormai pubblicizzata, vennero attualizzate e collegate alla tragedia che si stava affrontando. Giulio Andreotti dichiarò che non era affatto al corrente della fantasticheria. Sciascia in un articolo su “Panorama” (9 giugno 1980) espresse stupore per la smemoratezza. Ne scaturì una polemica che indusse Berlinguer a sporgere querela contro Sciascia (28 maggio ‘80): che si era opposto a espungere dalla relazione finale (22 giugno ‘82) una citazione sulla spinosa notizia. Tessari dubita che Berlinguer in persona abbia voluto sporgere querela. Se la cosa sfumò processualmente in un’assoluzione dei contendenti, la piccata replica di Sciascia segnò la rottura con Guttuso e il deciso allontanamento dal Pci. L’atteggiamento del segretario del Pci attestava forse una diplomatica prudenza nel gestire i rapporti con le “democrazie” dell’Est.
Altri saggi sono emblematici dell’approccio che “Todomodo” ha fatto proprio: reperire tutte le tessere di un mosaico che restava opaco, valorizzare la ricerca della verità mai raggiunta, del resto ben argomentata nella puntigliosa relazione di minoranza sulla strage di via Fani che il deputato radicale di Racalmuto volle acclusa nell’ultima edizione (1983) del pamphlet all’origine del pungente vespaio. Se per Sciascia il principio di cui far tesoro era stata la locuzione “amicus Plato, sed magis amica veritas”, per il prestigioso pittore l’obbedienza al partito aveva prevalso su tutto (Franco Corleone-Andrea Pugliotto). È da trascrivere l’ammonimento (‘96) di Carlo Bo: “Il tempo di Sciascia sembra purtroppo concluso mentre tutti sentono la mancanza della sua voce rigorosa e priva di ogni forma di compiacimento”.
Il fascicolo gemello (II) tramanda le relazioni del “XV Leonardo Sciascia Colloquium” dall’ammiccante titolo (copyright Mino Maccari) “Todo modo Sciascia lodo”, a cura di Davide Lacagnina, organizzato nel centenario sciasciano dall’Università di Siena e dall’apposito comitato nazionale (8-9 novembre 2024). Il sottotitolo “Potere, corpi, delitti, imposture” faceva intendere che avrebbe avuto a fulcro la vivisezione di uno dei romanzi più compatti e allegorizzanti fra i 43 usciti dalla movimentata officina del Simenon siciliano: Todo modo (Einaudi 1974). Il titolo è ritagliato dal celebre manuale di Sant’Ignazio di Loyola, gli Ejercicios espirituales para buscar y hallar la voluntad de Dios (1548): “Ogni mezzo per cercare e trovare la volontà di Dio”. Vi sono elencate una catena di pratiche, in testa la meditazione sulle Sacre Scritture, da compiere per purificarsi ed emendarsi dalle peccaminose tentazioni mondane. In prima persona un adepto pittore che incarna lo stesso Sciascia chiede di entrare in un ambiente, l’Eremo di Zafer, partorito dalla propensione per un cupo surrealismo. Altro che l’abusata categoria del Palazzo pasoliniano, strutturato per ospitare esponenti di un raffinato potere cittadino!
L’architettura di Sciascia toglie il respiro. Il fatto stesso che un vetusto eremo fosse stato trasformato in un isolato albergo, un casermone pluriuso, per dare alloggio a caporioni e mestatori, ministri e deputati della classe dirigente democristiana, simboleggia un nefasto e altezzoso decadimento morale. In quell’infernale voragine si erano inabissati i valori della Chiesa e la razionalità della cultura. Voltaire e Pascal, l’impertinente laico e il mistico scienziato, erano stati rimossi. Non restava che decifrare le stazioni che ritmavano un penoso andare. Gli arredi simboleggiano una “rovinosa deriva”. Varrà, tra tutti, rammentare il quadro che condensa il senso dell’itinerario dantesco: don Gaetano, padrone assoluto di quello stranito luogo, si ferma e spiega al visitatore un quadro bizzarro, rozza copia dell’originale di Rutilio Manetti (1571-1639), custodito nella senese chiesa di Sant’Agostino. Sant’Antonio abate sta ricurvo su un librone aperto ed è controllato da un vigile diavolo cornuto. Ciò che più meravigliava era il fatto che il diavolo avesse gli occhiali, e occhialoni moderni, identici a quelli che inforcava don Gaetano. Ciò che il pittore secentesco aveva voluto dire era banale per i suoi tempi. E oggi? Don Gaetano ha la risposta pronta: “Come allora: ogni strumento che aiuta a veder bene, non può essere che opera e offerta del diavolo. Dico per voi, per la Chiesa”. Il dialogo prosegue e l’onnisciente direttore spirituale è turbato da una sorta di premonizione. I delitti vi si perpetrano senza poter risalire agli esecutori, il malaffare regna, si annodano congiure a catena. Si insinua nel romanzo l’eco dell’esclamazione di Ivan Karamazov, rovesciata però: “Dio esiste, dunque tutto ci è permesso”. Ma chi giudicherà le colpe?
In soccorso don Gaetano cita le parole di Cristo: “Smettete di giudicare, per non essere giudicati! Con lo stesso giudizio con cui giudicherete sarete giudicati, e con la stessa misura con cui misurate sarà misurato anche a voi” (Matteo, 7, 2). Potranno, dunque, giudicare anche “i peggiori”, dopo essersi confessati liberandosi dalle loro colpe? “Certamente - osserva Nicola Labanca a proposito di Todo modo (tomo II, p. 15) - il testo noir di Sciascia parte da un’esperienza dell’Italia di quegli anni. Non solo l’Italia della metà degli anni Settanta, ma almeno tutta l’Italia appena uscita dai trent’anni gloriosi di crescita (1945-1973)…”. E Lacagnina vi colse la cronaca di “un Paese fortemente diviso e sull’orlo del collasso”.
Poche settimane fa (14-15 novembre) si è svolto a Roma il “XVI Leonardo Sciascia Colloquium”, dal titolo in linea con uno scettico pirronismo: “La giustizia siede su un perenne stato di pericolo”. Si è puntato a rilanciare l’allarme di Sciascia, premendo perché si vada verso un’armonizzazione europea di norme che non hanno più una dimensione nazionale. In controtendenza piena con quanto sta avvenendo ogni giorno. Tanti gli spunti ricavati da letterati e giuristi nell’attingere alla biblioteca di un autore che gli anni non hanno emarginato. Natalino Irti nella prolusione ha marcato la febbrile pervicacia di un deluso e dolente illuminismo. Da locale la mafia si è fatta globale. Un illuminismo, quello professato da Sciascia, non privo di una storicità, oggi da inscrivere in un atlante tanto più largo, globale. In una silloge di saggi di giuristi curata da Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti (Diritto verità giustizia, Cacucci editore 2021) Nicola Lipari nel silenzio che chiude Todo modo ritiene di intravedere la convinzione che il diritto non debba più esser considerato “un puro riflesso del potere” ma l’esortazione a rispondere agli eventi con un sincero impegno personale.
Adriano Prosperi, ragionando sulla passione di Sciascia per la manzoniana Storia della colonna infame (“Todomodo” anno XIV, 2024), si rifà a un perentorio suo invito: “il passato, il suo errore, il suo male non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti”. Quando Sciascia accettò di candidarsi nelle liste del Pci (1975), Italo Calvino affermò: “Sciascia è forse l’ultimo rappresentante di un tipo di scrittore fortemente locale, fortemente radicato, che ha una portata universale proprio in quanto radicato (…). Diciamo che la sua concezione ideologica è quella di un giacobino, di un vero liberale. Cioè di un personaggio quanto mai utopico in Italia, di questi tempi”.










