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di Luigi Nicolosi

Corriere del Mezzogiorno, 16 marzo 2025

Richiesti i contenuti dei verbali di rinvio delle udienze redatti a causa della protesta. Per il ministero della Giustizia si è trattato di una mera richiesta di chiarimenti. Di tutt’altro avviso è l’Associazione nazionale magistrati, secondo la quale dietro quell’istanza, inoltrata prima alla presidenza della Corte di appello di Napoli e poi girata a quella del tribunale di Napoli Nord, si celerebbe in realtà un tentativo di ingerenza sull’operato di giudici e pubblici ministeri. Tra toghe e governo è ormai scontro a oltranza e a neppure un mese di distanza dallo sciopero contro la riforma della Giustizia firmata dal guardasigilli Carlo Nordio a tenere banco è un nuovo, controverso episodio. A innescare l’ultima polemica è la richiesta da parte del ministero di conoscere i contenuti dei verbali di rinvio delle udienze redatti in occasione della protesta - che aveva fatto registrare un’adesione superiore al 75 per cento - indetta dalla categoria lo scorso 27 febbraio. La richiesta, rivela l’Anm Napoli, è stata riportata nella nota che giovedì è stata diramata ai 92 giudici di area penale e civile del tribunale di Napoli Nord per capire, in particolare, ai verbali di rinvio delle udienze fosse stato allegato anche un comunicato dell’Anm che faceva riferimento alla condanna in primo grado del sottosegretario Andrea Delmastro, ritenuto colpevole di rivelazione di segreto d’ufficio.

La mossa, tuona la giunta sezionale dell’Associazione nazionale dei magistrati, “senza che sia stata disposta un’ispezione ufficiale e servendosi della collaborazione dei dirigenti degli uffici interessati, rischia di risultare come un’inammissibile forma di sindacato sulle modalità di adesione allo sciopero dei magistrati”. Ancora più dura la reazione della giunta esecutiva centrale dell’Associazione, che esprimendo vicinanza ai colleghi napoletani, attacca: “La singolare richiesta del ministero di avere conoscenza del contenuto dei verbali di rinvio delle udienze per il tramite della presidente della Corte di appello costituisce un’indebita ingerenza nei confronti dei colleghi che hanno esercitato un diritto costituzionale”. A dare fuoco alle polveri è stato un articolo pubblicato alcuni giorni fa sul quotidiano Il Tempo, nel quale si rappresentava che un giudice in servizio nel tribunale di Napoli Nord aveva inserito nel decreto di rinvio dell’udienza del 27 febbraio il comunicato dell’Associazione dello scorso 21 febbraio. Nel documento si sottolineava che “per dimostrare l’inutilità della separazione delle carriere, basta osservare la vicenda processuale che si è conclusa con la condanna in primo grado del sottosegretario Delmastro. Alla richiesta di archiviazione del pm un giudice ha ordinato l’imputazione e alla richiesta di assoluzione di un pm il tribunale ha pronunciato condanna. Questo dimostra - proseguiva ancora il comunicato - che il pm può chiedere l’assoluzione, nonostante la sua carriera non sia separata da quella del giudice, e che il giudice non è succube del pm”.

A questo proposito l’Anm Napoli ricorda che “lo sciopero del 27 febbraio e le modalità di astensione dalle udienze sono state stabilite nel rispetto della legge e del codice di autoregolamentazione, con invito ai magistrati aderenti ad allegare ai verbali di udienza un comunicato predisposto dall’Associazione dal contenuto critico sull’imminente riforma costituzionale”.

Intanto, mentre la riforma della giustizia prosegue a passo spedito nel suo iter parlamentare, Cristina Curatoli, presidente dell’Anm Napoli che già nelle scorse settimane aveva stigmatizzato l’ipotesi di separare le carriere di pm e giudici e di sdoppiamento del Csm, non nasconde un certo timore per quanto accaduto nella cittadella giudiziaria di Aversa: “C’è preoccupazione per l’ennesimo comportamento anomalo. Non comprendiamo le ragioni di questa richiesta, ricevuta tra l’altro da tutti i colleghi di Napoli Nord. Il rischio di un’ingerenza da parte dell’Esecutivo c’è e questa vicenda sembra dimostrarlo. Lo sciopero, mi preme ricordarlo, è un diritto costituzionalmente garantito e il 27 febbraio la magistratura l’ha esercitato rispettando le prescrizioni della normativa vigente e del codice di autoregolamentazione”.