sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giuseppe Pignatone

La Repubblica, 23 maggio 2022

Lo Stato ha reagito nel rispetto delle regole. E si è rivelato decisivo anche l’apporto della società civile. Trent’anni fa 500 chili di esplosivo facevano saltare in aria un tratto dell’autostrada Palermo-Punta Raisi, provocando la morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini della scorta. Meno di due mesi dopo, l’esplosione in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e altri cinque appartenenti alla Polizia di Stato. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio hanno segnato il punto più alto della sfida lanciata allo Stato dalla Cosa nostra corleonese, un assalto che sarebbe continuato a maggio-luglio 1993 con le bombe di Roma, Firenze e Milano.

Una sfida per passare dall’obiettivo storico delle mafie, cioè la “convivenza” più o meno pacifica, più o meno contrastata, con lo Stato, a una situazione di supremazia da ottenere anche utilizzando la violenza più efferata. Per ottenere questo risultato, Cosa nostra ha tentato di rovesciare a proprio favore i rapporti con la politica, la magistratura e le forze di polizia, forte delle immense ricchezze accumulate grazie al ruolo che rivestiva nel traffico internazionale di stupefacenti e approfittando del fatto che l’azione repressiva era rivolta a fronteggiare il pericolo mortale del terrorismo politico. E per questo ha eliminato con feroce determinazione chi poteva costituire un ostacolo o un pericolo, in un disegno di lucida ferocia, che sarebbe un errore definire “folle”, visto che è durato quasi quarant’anni e ha segnato la vita di tanta parte del nostro Paese e delle nostre istituzioni.

Una strategia che le sentenze hanno definito di “terrorismo politico-mafioso”: per i metodi usati e perché alla base c’erano un disegno politico e connivenze con il mondo della politica. A quella sfida lo Stato ha reagito e quella mafia stragista è stata sconfitta, a partire dal maxiprocesso, nelle aule di giustizia, con gli strumenti previsti dalla legge, fra cui le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia adeguatamente riscontrate, e nel rispetto delle regole, come dimostrano anche le assoluzioni decise dai giudici nella loro libera valutazione. In quel contesto, il rispetto delle regole non era scontato ed è bene ribadirlo ancora oggi, nel momento in cui c’è chi propone di smantellare la legislazione antimafia.

L’organizzazione è stata scompaginata da condanne e confische nonché dall’arresto di tutti i capi (tranne, finora, Matteo Messina Denaro), fino ad arrivare alla cattura di Bernardo Provenzano, l’11 aprile 2006: una data emblematica, perché quel giorno si è chiusa “una lunga parentesi nella storia delle mafie” come l’ha definita lo storico Salvatore Lupo, proprio con riferimento all’anomala scelta strategica poi sfociata nella stagione degli attentati.

Altrettanto decisiva è stata la reazione di larghi settori della società civile simboleggiata, nel nostro ricordo, dai lenzuoli bianchi stesi alle finestre di Palermo proprio dopo le stragi. Pur con i loro mille problemi, Palermo e la Sicilia non sono più quelle di trent’anni fa quando, non dimentichiamolo, si registravano centinaia di omicidi ogni anno e tutti tentavano di vivere quella che è stata definita “una impossibile normalità”, ma nessuno era sicuro di tornare a casa la sera.

I processi per quei fatti e per i tanti altri delitti eccellenti si sono conclusi con la condanna di quasi tutti i responsabili mafiosi, al contrario di quanto avvenuto in passato per le troppe assoluzioni per insufficienza di prove. Sono state oggetto di indagine le relazioni con il mondo esterno all’associazione e sono stati condannati per reati di mafia esponenti di tutte le categorie sociali. Risultati molto importanti, da non sottovalutare, anche se indagini e processi devono continuare per chiarire aspetti ancora oscuri e per verificare eventuali mandanti esterni a Cosa nostra.

Dobbiamo anche riconoscere che nell’azione antimafia ci sono stati errori e colpe, talora gravissime, in primo luogo sulla strage di via D’Amelio in cui le vicende della falsa “collaborazione” di Vincenzo Scarantino, valorizzata persino in sentenze della Cassazione, rappresentano a mio parere il maggior fallimento della giustizia italiana.

Tutto questo non deve far dimenticare l’abisso in cui eravamo e dal quale ci siamo sollevati: Cosa nostra è ancora una presenza criminale importante, ma non ha più la forza e la pericolosità di quell’epoca. Sono però diventate più ricche e pericolose ‘ndrangheta e camorra e organizzazioni mafiose sono ormai presenti in modo significativo anche nelle regioni del Centro e Nord Italia.

Le cosche sono tornate alla loro strategia usuale: accumulare ricchezze e potere evitando, se possibile, il ricorso alla violenza manifesta. Molto resta da fare sul piano della repressione come nella vita sociale, politica ed economica del Paese, a cominciare dal rifiuto - a ogni livello - di scendere a patti con i mafiosi, sulla base di una reciproca convenienza. Sarebbe un passo fondamentale per troncare quelle relazioni esterne che costituiscono il fattore distintivo e la chiave di volta del potere criminale.