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di Francesca Mannocchi

La Stampa, 31 gennaio 2026

Il libro di Valerio Callieri è un reportage dai laboratori nel reparto alta sicurezza di Rebibbia. L’odore è la prima cosa che se ne va. All’inizio c’è l’ammoniaca, poi resta una stanza senza tracce. Da lì il carcere comincia a lavorare per sottrazione. Non contiene soltanto, cancella. Riduce i corpi all’essenziale, consuma le abitudini, spegne i riflessi, rende opache le reazioni. AS3 di Valerio Callieri entra così, senza effetti, affidandosi alla materia prima della detenzione e a ciò che lascia quando passa: una vita che lentamente si restringe. Rebibbia Alta Sicurezza 3, sezione femminile. Una sigla che trasforma il tempo in categoria, perché in quel reparto la durata non scorre ma diventa un’architettura interiore, un’abitudine del corpo, finché gli anni smettono di misurare una pena e cominciano a definirne il paesaggio.

La detenzione assume la forma di una vita ripetuta e sorvegliata, e la disciplina che la governa arriva prima delle parole, le piega, le restringe, decide quali storie possono essere dette e in quale lingua. In Alta Sicurezza, prima ancora che persone, si diventa una definizione, un essere umano con un reato appiccicato addosso che finisce per inghiottire tutto il resto fatto di storia, di legami. L’Alta Sicurezza inghiotte anche la lingua e modella così il modo in cui ognuno si racconta, è un regime che organizza tutto per categorie, stabilisce distanze, e decide chi sei anche quando provi a essere altro. Valerio Callieri registra tutto con una prosa sobria, attenta a non aggiungere enfasi dove basta la struttura stessa del reparto, e lascia che sia il regime a parlare attraverso i suoi gesti minimi, i suoi automatismi, la sua calma amministrativa.

Il libro nasce da un laboratorio di narrazione tenuto dall’autore in carcere per la Fondazione Severino. Nasce da un’esperienza precisa, dichiarata nelle prime pagine: Callieri ha insegnato scrittura nella sezione femminile di Alta Sicurezza a Rebibbia. Per ragioni evidenti i nomi sono fittizi e l’autore spiega anche di avere innestato nelle vicende elementi che non appartengono direttamente a chi le racconta, fatti veri presi altrove, letti, ascoltati, vissuti, perché dentro quel perimetro la verità non coincide con la fedeltà notarile al dettaglio ma con ciò che resta quando si prova a scrivere senza farsi scudo di formule.

Dice di diffidare di chi si descrive con troppa sicurezza, di chi maneggia il lessico morale come una scorciatoia, e che il carcere rende più acuto questo offuscamento, questa incapacità di nominare con nettezza ciò che si prova. Per colmare il vuoto, gli è capitato di prendere in prestito risposte altrui e per questo nel testo affiorano, quando servono, Tolstoj, Sofocle, Falcone.