di Alina Rizzi
Confidenze, 17 febbraio 2026
La storia vera di Aurora Natale: “Io prigioniera del mio corpo a causa di una malattia, i detenuti costretti in cella. Tutti ingabbiati, tutti desiderosi di serenità e riscatto. Attraverso il mio corso, abbiamo vissuto insieme emozioni, traumi, errori e aspettative. Con il cuore aperto”. Il primo giorno in cui sono entrata in una cella adibita ad aula scolastica della Casa Circondariale di La Spezia era il 2016 e ho lasciato fuori dalla cancellata ogni preconcetto e ogni previsione per mostrarmi ai detenuti presenti nella mia evidente condizione di disabilità: prigioniera come loro, non tra quattro mura, ma per i limiti del mio corpo, che a causa di una poliomielite infantile mi tengono spesso su una sedia a rotelle. Credo che il mio approccio diretto, trasparente e sincero possa aver contribuito a farmi iniziare il dialogo con queste persone con la necessaria delicatezza.
Loro, reclusi tra le pareti del carcere, io limitata dalla difficoltosa mobilità che mi condiziona fin da bambina: in un certo senso, potevamo considerarci simili, tutti ugualmente prigionieri. Non solo ovviamente dello spazio fisico, che non potevamo pienamente possedere, ma anche e soprattutto delle nostre paure, dei nostri dubbi, dei nostri rimpianti, dell’incomprensione degli altri che sovente ci emargina con tanti pregiudizi e numerose disattenzioni. E poi, tutti noi (io per prima) ingabbiati nell’orgoglio, nello scoraggiamento, nella pigrizia, nella sfiducia, nell’autocommiserazione, nei pregiudizi e in numerose altre catene dell’anima e della mente che ci impediscono la vera libertà.
È per questa similitudine tra me e loro che quel primo, indimenticabile giorno ho osato parlare proprio di libertà, affermando che essere liberi non è solo una condizione sociale, ma anche e soprattutto uno stato interiore. Che siano presenti sbarre o meno, tutte le persone possono sentirsi allo stesso modo prigioniere, se non abbattono le barriere mentali che per qualche ragione le tengono separate dagli altri esseri umani.
Ho potuto così introdurre la proposta di attività di scrittura autobiografica, chiedendo a ognuno di stendere qualche semplice frase attraverso cui comunicare un’emozione improvvisa, una passione segreta, un ricordo lontano, una suggestione potente. Ho domandato loro di farlo magari in un momento del giorno in cui quel pensiero o quel sentimento fosse più vivace e attento, anche se mi era evidente la difficoltà di chiedere uno spazio di solitudine e di silenzio dentro una cella, necessariamente condivisa con altri.
Com’è andata a finire? Devo ammettere che non me l’aspettavo: almeno 30 di loro hanno risposto con entusiasmo a questo invito un po’ folle. Alcuni già amavano scrivere, mentre altri, che non lo avevano mai fatto, hanno trovato gradualmente la forza e la motivazione di cominciare. Se alcuni hanno avuto bisogno di un po’ d’incoraggiamento, altri sono arrivati al primo incontro con testi già pronti in mano. E comunque in tutte le particolari storie narrate, più o meno sofferte, più o meno coinvolgenti, che in seguito abbiamo letto insieme, ognuno ha potuto riconoscersi e in qualche modo condividere il vissuto degli altri.
Così, nel piccolo spazio di una cella carceraria, abbiamo trascorso piacevoli e fruttuosi momenti di benessere collettivo, di ricreazione e di cura per tutti. Del resto è da molto tempo che credo nel potere curativo della scrittura autobiografica, che non a caso utilizzo anche personalmente per superare difficoltà e momenti bui della mia vita.
Poco tempo prima di tenere il corso in carcere, in un momento particolarmente complicato della mia esistenza, consigliata dalla psicoterapeuta avevo scritto la mia storia in un breve romanzo epistolare e, in seguito a questa gradevole e liberatoria fatica, mi ero appassionata alla vasta opera di Duccio Demetrio, filosofo dell’educazione e fondatore della straordinaria Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Ar). Un istituto che, da decenni, svolge un percorso d’insegnamento che parte proprio dall’autobiografia.
Qual è la filosofia di Duccio Demetrio? Il filosofo afferma che ogni sincera e sofferta autobiografia può essere considerata come cura di sé, ma necessita di essere sostenuta e consigliata da educatori, insegnanti o terapeuti per consentire a chi scrive di ottenere più facilmente risultati efficaci e benèfici. Infatti ho sperimentato sulla mia pelle che la scrittura autobiografica nasce dalla necessità di elaborare una sofferenza, un problema, un lutto. Scrivendo è possibile, come per magia, dare senso a una situazione drammatica (o al suo ricordo), all’immagine di una persona scomparsa.
Con la scrittura la mente ricostruisce la trama di una propria storia, secondo un processo di riparazione e ricostruzione che si realizza attraverso il riemergere di lontani o recenti ricordi, mentre le parole, pian piano, possono trasformare il dolore in pace. Per quanto mi riguarda, mi sono diplomata alla Accademia di Belle Arti di Carrara e poi laureata in Filosofia. In seguito, negli anni ho insegnato arte e poi lavorato in studi grafici e fotografici. Ma poi mi sono resa conto che raccontarsi su un foglio di carta aiuta tantissimo ad approfondire i pensieri, a dargli un ordine, a creare calma interiore nei momenti di maggiore confusione e insicurezza. La pittura, invece, è più istintiva e meno controllabile.
Così, quando mi hanno proposto di tenere un corso da settembre a maggio nel carcere di La Spezia, ho pensato che ognuno degli studenti detenuti, di cui sentivo parlare in quel momento, potesse avere veramente bisogno, più di chiunque altro, di un aiuto per superare il dolore e la fatica di un’esistenza in cui avevano commesso degli errori.
Non è per niente facile ricordare gli affetti, la famiglia e l’amore rinchiusi in questo spazio austero, imparando a sopravvivere al dolore struggente della lontananza, a resistere nell’assenza di chi non c’è più e ad accettare ogni inevitabile, forzata e interminabile separazione. Nonostante il peso delle conseguenze dei loro errori, queste persone stanno imparando il valore delle amicizie fedeli negli anni, la tenerezza per i figli, l’importanza di chiedere perdono per la pena che hanno causato con le proprie azioni.
E, forse, mi sono detta, il mezzo per cambiare le cose poteva essere proprio la scrittura autobiografica che tanto amo. Infatti, anche se molti stavano ancora imparando l’italiano e non sapevano esprimersi bene, tanti hanno trovato il modo di comunicare la propria sofferenza. Ho letto testi colmi di autentico pentimento e altri densi di speranza in un futuro lontano dall’illegalità, tutto da organizzare, tutto da inventare.
Per alcuni detenuti raggiungere l’Italia è stata l’avventura più indimenticabile della vita e l’hanno descritta con molta emozione. A questo proposito, ricordo una lettera davvero toccante, struggente. Leggendola sono rimasta impressionata dalla delicatezza, dall’umiltà, dalla pazienza, dalla lealtà e dal senso di responsabilità che è tanto difficile trovare nelle persone.
Voglio condividere questo straordinario testo che mi ha molto colpito: “Gentile Giudice, la prego di accogliere questa mia lettera per concedermi la possibilità di una misura alternativa alla detenzione per poter dare l’affetto paterno ai miei figli, che sono tutti e due piccoli. So di avere sbagliato, mi sono pentito, chiedo perdono per le conseguenze di ciò che ho fatto, ma le assicuro che dagli sbagli s’impara. Ora vorrei aiutare la mia famiglia, che purtroppo paga sulla sua pelle il mio sbaglio. Oltre alla famiglia che ho qui in Italia, dopo la morte di mio padre in Senegal mi sono assunto le responsabilità familiari anche al mio Paese di origine, dove mia madre, le mie sorelle e i miei fratelli sono rimasti da soli e hanno bisogno del mio sostegno. Sono in Italia da 30 anni e ho sempre lavorato in regola. Se lei mi concederà uno sconto di pena, non tradirò la sua fiducia e cercherò di rimediare ai miei sbagli sia nei confronti dei miei figli che della società”.
Il rimpianto per non essere riusciti a realizzare i propri sogni, per aver visto crollare i più ambiziosi propositi, oltre la malinconia per una vita completamente cambiata e non certo in meglio, traspare da tutte queste memorie, scritte impiegando il tempo libero, quel tempo che in carcere potrebbe sembrare eterno e vuoto e invece si può anche riempire di amicizia, di danze, di letture, di musica e di preghiera. Un tempo può trascorrere più velocemente provando a dimenticare la tristezza raccontandosi, non solo a voce, ma su un foglio di carta attraverso la scrittura. Del resto a nessuno è richiesto essere professori: bastano parole semplici e frasi brevi per riunire ricordi ed emozioni e vedere la propria storia trovare un significato e quindi dignità. Penso a questi ragazzi con grande commozione: è stata un’esperienza forte che mi ha arricchita moltissimo e per questo sono grata a tutti loro.









