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di Marco Bresolin e Francesco Malfetano

La Stampa, 8 febbraio 2025

La Commissione al lavoro per blindare l’attività dei giudici. L’esecutivo si troverà davanti a un bivio: stare con gli Usa o Bruxelles. Giorgia Meloni, ora, rischia di trovarsi a un bivio vero: tra Bruxelles e Washington, tra Ursula von der Leyen e Donald Trump. Un bivio dal nome sconosciuto ai più ma che, al solo evocarlo, già è motivo di imbarazzo ai vertici del governo italiano. Si tratta dello “statuto di blocco”, lo scudo legale che l’Unione europea è pronta a estrarre per mettere la Corte penale internazionale (Cpi) al riparo dalle sanzioni della Casa Bianca. Un regolamento del 1996 che era stato attualizzato nel 2018 per proteggere le aziende Ue dalle sanzioni del primo Trump all’Iran e che ora potrebbe contrapporre Meloni a Ursula. Il rischio è quello di un’incrinatura nel rapporto che ha portato Raffaele Fitto sulla poltrona di vicepresidente esecutivo della Ue. Specie dopo che von der Leyen, ieri, ha attaccato duramente la scelta americana, invece benedetta dall’Italia.

Allo “statuto di blocco” i giuristi della Commissione lavorano da settimane e hanno già completato lo sviluppo a livello tecnico per assicurarne l’applicazione in questa vicenda. Ora manca solo la volontà politica e lo scontro in corso tra il governo italiano e i giudici dell’Aja rischia nella migliore delle ipotesi di complicare le cose. Nella peggiore di farne deragliare l’utilizzo. Di certo è destinato a mettere l’Italia in una posizione scomoda ai tavoli di Bruxelles nel momento in cui il Consiglio (cioè i governi) dovrà vagliare la proposta della Commissione.

Intanto la vicenda della lettera non firmata alimenta i sospetti che l’Italia possa in qualche modo cercare di mettersi di traverso. O, in alternativa, che possa provare sfruttarla per sminare il rapporto con la Corte penale internazionale. A confermarlo a La Stampa sono fonti di governo che preferiscono restare anonime: Palazzo Chigi sta ragionando sulla possibilità di difendere il Tribunale internazionale dagli attacchi di Trump, sottoscrivendo in ritardo il testo già firmato da 79 Paesi, a patto che si stabilisca un nuovo canale di dialogo con L’Aja. Difficile immaginare che vada davvero in questo modo. Specie considerando che il ministro della Giustizia Carlo Nordio continua a lavorare con gli uffici di Meloni per redigere una lettera di protesta su come è stato gestito il caso della mancata estradizione del capo della polizia giudiziaria libica Nijeem Osama Almasri. Il testo - che non arriverà prima della metà del mese di febbraio anche per far posare la polvere e provare a favorire un nuovo dialogo - dovrebbe ricalcare grossomodo l’intervento tenuto dal Guardasigilli alla Camera e al Senato pochi giorni fa. Del resto che la presidente del Consiglio abbia in mente di re-impostare il rapporto con la Cpi da quando i giudici diramarono un mandato d’arresto per Bibi Netanyahu lo dimostra il fatto che sta per cambiare l’ambasciatore italiano a L’Aja. A trasferirsi nei Paesi Bassi, non a caso, sarà Augusto Massari, consigliere diplomatico di Nordio.

Tornando allo “scudo”, la questione è stata discussa giovedì nel corso dei numerosi colloqui avuti a Bruxelles dalla giudice Tomoko Akane, presidente della Corte. Accompagnata dal primo vice-presidente, l’italiano Rosario Salvatore Aitala, e dal cancelliere Osvaldo Zavala Giler, la giudice ha avuto una girandola di incontri con Antonio Costa (presidente del Consiglio europeo), Kaja Kallas (Alto Rappresentante per la Politica estera) e con i responsabili della presidenza di turno polacca. A tutti ha chiesto una cosa: massimo sostegno politico e, soprattutto, un’accelerata sul “blocking statute”. Lo strumento punta a neutralizzare gli effetti di sanzioni adottate da un Paese terzo che colpiscono società, persone o entità che si trovano sul territorio dell’Unione europea, rendendole inapplicabili. La Corte penale internazionale, i suoi giudici, il suo procuratore e il suo staff rientrano dunque in questa categoria. Tra le altre cose, offre inoltre una sorta di ombrello finanziario per assicurare la piena operatività dal punto di vista economico.

Un pressing sulla Commissione, e di rimando sul governo Meloni, che è destinato a intensificarsi nei prossimi giorni. Martedì ci sarà infatti un dibattito al Parlamento europeo di Strasburgo sulla necessità di proteggere la Cpi. “Chiederemo a von der Leyen di richiamare tutti gli Stati ai loro obblighi derivanti dall’appartenenza alla Corte e in particolar modo il governo di Meloni che si è reso protagonista di un atto inaccettabile” anticipa Mounir Satouri, presidente della commissione per i Diritti dell’uomo: “Serve una risposta europea”. E chissà che l’Italia non decida di sfilarsi assieme al resto dell’ultradestra europea. Ovvero, come nel caso della lettera a sostegno della Cpi, che non si isoli assieme ad Austria, Repubblica Ceca e Ungheria. -