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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 17 gennaio 2025

L’ufficio tecnico del ministero di Giustizia lavora alacremente in queste ore all’emendamento correttivo del Ddl Sicurezza - almeno sui punti indicati dal Quirinale come irricevibili - che dovrebbe essere varato la prossima settimana dal Consiglio dei ministri. In quell’occasione sul tavolo del governo dovrebbe arrivare anche la bozza del provvedimento a tutela delle forze dell’ordine, indagate durante l’esercizio delle proprie funzioni, che i giuristi di Via Arenula stanno preparando con grande sforzo di fantasia. Vietato chiamarlo “scudo penale”, però, perché sia il ministro della Giustizia Carlo Nordio, da parte del governo, sia Fratelli d’Italia che si è accreditato come partito promotore dell’iniziativa (parola del capogruppo dei deputati Galeazzo Bignami), malgrado non si sappia ancora quale forma prenderà il provvedimento (ddl parlamentare, ddl governativo o decreto legge?) negano di aver mai pensato a una sorta di impunità per polizia e carabinieri.

Solo ulteriori “tutele e garanzie” per agenti e carabinieri, come ha spiegato il sottosegretario Andrea Delmastro (Fd’I) anticipando qualcosa del documento che sarebbe “allo studio in fase preliminare”: “Non ci sarà l’obbligo per il pm dell’iscrizione nel registro degli indagati, che è un’onta per chi fa il proprio dovere come ha fatto quel carabiniere”, ha detto ad Affaritaliani.it riferendosi al maresciallo Luciano Masini, indagato per aver ucciso l’attentatore di Villa Verucchio e insignito di un “encomio solenne” dal ministro Crosetto.

Ed è il Guardasigilli, durante il question time al Senato, a chiarire i motivi per i quali non è ancora esclusa la forma del decreto legge, affinché il provvedimento possa trovare una via preferenziale: “Se un carabiniere spara è automatica l’iscrizione nel registro degli indagati, perché ha il diritto di essere assistito in un’eventuale autopsia o perizia balistica. Ma - ha spiegato Nordio - essendo iscritto nel registro degli indagati reca con sé questo marchio di infamia”. Il ministro insiste sul concetto e, a riprova che “la divisa è sacra”, come giura, porta un esempio non proprio felice: “Nella patria dove è nata la democrazia, cioè la Gran Bretagna, finché esisteva la pena di morte - che per fortuna ora è stata abolita - c’era un caso in cui veniva applicata de plano ed era l’aggressione di un poliziotto”. A via Arenula, riferisce il Guardasigilli, si sta pensando a come “coniugare le garanzie di una persona ad avere interesse ad essere assistito in una eventuale indagine senza essere iscritto in nessun registro degli indagati”. In che modo concretamente si possa fare senza violare altre norme, rispettando i tempi tecnici delle indagini e mantenendo un carattere di generalità della legge è ancora tutto da vedere, malgrado, spiega Nordio, questo sia un suo vecchio pallino. In più, la discrezionalità dell’azione penale in taluni casi potrebbe cozzare gravemente con il nostro ordinamento giuridico.

In serata anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rafforza il concetto: “Nessuno pensa sia un’impunità, e certe definizioni sono state respinte in maniera unanime dalle organizzazioni sindacali di Polizia. Si sta discutendo - spiega alle telecamere di Dritto e Rovescio su Rete4 - di offrire garanzie di partecipazione al processo senza passare nella condizione di indagato, questo non vuol dire immunità, ma semplicemente consentire ad appartenenti delle Forze di Polizia di poter evitare quella fase un po’ complicata dell’essere assoggettati alla condizione di indagato, sempre a discrezione del magistrato”.

A nome di Forza Italia, che sul tema tiene un basso profilo, parla il senatore Maurizio Gasparri precisando che “le Forze dell’ordine necessitano di un maggiore supporto e di leggi che le proteggano”. Proprio ora. Chissà se è semplicemente perché l’Italia è da qualche anno finalmente dotata di una legge contro la tortura.