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di Paolo Frosina, Marco Grasso e Vincenzo Iurillo

Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2025

La notte di Capodanno a Villa Verucchio, provincia di Rimini, il luogotenente dei carabinieri Luciano Masini uccide un giovane egiziano di 23 anni, Muhammad Sitta. Sitta ha appena aggredito a coltellate quattro persone: Masini gli intima di fermarsi, finché, poco prima di essere aggredito, gli spara. La Procura apre un’inchiesta per eccesso colposo di legittima difesa, un “atto dovuto”, spiegano i pm. Da questa vicenda il Governo ha preso spunto per proporre una legge già molto discussa, nonostante i contorni ancora poco chiari: uno scudo penale per le forze dell’ordine nell’esercizio delle loro funzioni. Peccato che l’unico strumento per chiarire se la difesa è legittima o meno sia proprio quello che l’esecutivo vorrebbe abolire: l’indagine di una Procura.

E a dimostrarlo è una decisione di questi giorni. Lunedì la Corte d’Appello di Genova ha ribaltato la sentenza nei confronti di quattro poliziotti accusati di aver picchiato il giornalista di Repubblica Stefano Origone, che nel 2019 stava coprendo un corteo contro CasaPound quando venne travolto da una carica. Nei primi due gradi gli agenti furono condannati a una pena mite, 2 mesi, per lesioni colpose. Dopo una durissima sentenza di annullamento della Cassazione il fatto è però stato rivalutato: le lesioni sono diventate dolose e le pene salite a un anno. Non era, insomma, un eccesso di legittima difesa. Ma con la nuova norma in discussione non sarebbe stato possibile accertarlo.

Il rischio, in definitiva, è che il confine tra un abuso di potere delle forze dell’ordine e una legittima difesa diventi difficile da distinguere. Questo tema è stato al centro dei processi su due omicidi commessi negli anni scorsi da uomini in divisa. Il più noto è quello di Federico Aldrovandi, 18enne ferrarese ucciso nel 2005 durante un intervento di polizia, schiacciato sull’asfalto dagli uomini della volante fino a soffocare mentre era già immobilizzato a terra. I quattro agenti responsabili sono stati condannati in via definitiva a tre anni e mezzo per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica”: con uno scudo come quello immaginato dal governo, probabilmente, non sarebbero stati nemmeno indagati.

Idem per i tre poliziotti condannati a sei mesi per l’omicidio colposo di Riccardo Rasman, 34enne triestino affetto da disabilità psichica, anche lui pestato, ammanettato e ucciso per asfissia dagli agenti intervenuti in casa sua dopo che aveva dato in escandescenze. Ma anche la cronaca recente offre spunti che potremmo non leggere più: ad esempio l’indagine a carico di dieci poliziotti accusati di eccesso colposo di legittima difesa per le cariche sugli studenti a Pisa, lo scorso 23 febbraio, durante un corteo pro-Palestina. Oppure l’apertura di un fascicolo a Verona per accertare eventuali responsabilità per la morte di Moussa Diarra, 26enne migrante del Mali ucciso da un agente della Polizia ferroviaria che stava minacciando con un coltello.

Se l’idea del governo, come sembra, è quella di affidare a indagini interne gli accertamenti preliminari, va ricordata l’alta incidenza di falsi nei verbali d’arresto emersi proprio nelle situazioni in cui occorreva coprire delle violenze. Reati spesso commessi per insabbiare e giustificare ex post un intervento illegittimo: accuse simili compaiono nei più importanti processi in corso a carico di appartenenti alle forze dell’ordine, dai pestaggi in questura a Verona a quello sulla morte di Hasib Omerovic, 39enne di etnia rom precipitato dalla finestra della propria abitazione durante un controllo, passando per il caso Cucchi e le violenze del G8 di Genova del 2001.