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di Oiza Q. Obasuyi

Il Manifesto, 28 dicembre 2025

Nelle scuole italiane, ad oggi, secondo l’ultimo Dossier Statistico sull’Immigrazione 2025, degli oltre 900 mila alunni e alunne stranieri che si sono iscritti all’anno scolastico 2023/2024, oltre i due terzi sono nati e nate in Italia (il 65,2%). La Lega propone l’ennesima legge che andrebbe ulteriormente a restringere l’accesso al diritto alla cittadinanza. Ancora una volta, le persone razzializzate, nel caso specifico nate o cresciute in Italia da genitori stranieri, diventano il bersaglio delle politiche di governo. Definita come “legge-anti maranza”, la proposta ha come punto cardine quello di aggiungere ulteriori ostacoli a chi nasce e cresce in Italia da genitori stranieri e che vi risiedono regolarmente da sempre, senza interruzioni.

Attualmente, già la legge 91/1992 rappresenta un enorme ostacolo per chi nasce e cresce in Italia da genitori stranieri: nella ricerca “Non è una cittadinanza per giovani. Il potenziale disconosciuto dei ragazzi con background migratorio in Italia” (Centro Studi e Ricerche, Idos 2025), viene riportato che “il numero di acquisizioni di cittadinanza da parte di minori è sorprendentemente basso rispetto alla loro presenza quantitativa nel paese: nonostante i record registrati nel 2022 e 2023, con quasi 214.000 acquisizioni complessive in Italia per ciascuno dei due anni, nel quinquennio 2019-2023 i minorenni stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana sono stati in totale solo 295.000, per una media di appena 59.000 all’anno, a fronte di oltre 1 milione di loro che risiedono in Italia”.

In un contesto dove il tema della sicurezza viene affrontato solo in termini di repressione e imposizione di ostacoli nell’accesso ai diritti, associare crimini più o meno gravi a una determinata categoria “razziale” è ormai il mantra che da anni caratterizza la linea di governo. La proposta di legge securitaria volta, in quest’ottica, a contrastare il fantomatico “pericolo dei maranza” è in realtà l’esempio lampante di discriminazione istituzionale che non farebbe altro che marginalizzare ed espandere la voragine di disuguaglianze che colpisce giovani di varie origini, figli e figlie di una società che continua a non volerli riconoscere.

Nelle scuole italiane, ad oggi, secondo l’ultimo Dossier Statistico sull’Immigrazione 2025, degli oltre 900 mila alunni e alunne stranieri che si sono iscritti all’anno scolastico 2023/2024, oltre i due terzi sono nati e nate in Italia (ovvero il 65,2%). A ciò si aggiungono le disuguaglianze strutturali che colpiscono le famiglie di origine straniera - persone che, sempre secondo il rapporto, vivono ai margini anche fisici, della società, con minore accesso al diritto alla casa e spesso costrette a vivere in periferie “ghettizzate” in cui spesso viene denunciata l’assenza di servizi, di luoghi di aggregazione, di centri culturali.

Per i lavoratori di origine straniera permane una condizione strutturale di svantaggio, oltre che, fin troppo spesso, di sfruttamento: le retribuzioni medie annue, infatti, si legge nel rapporto, sono del 30,4% più basse di quelle della controparte italiana. Gran parte di loro svolge un lavoro perennemente precario e subalterno, pur essendo sovraqualificata rispetto alle mansioni. Tali disuguaglianze si riflettono inevitabilmente sui figli e figlie di origine straniera per cui ancora oggi vige una segregazione scolastica dettata dal tipo di percorso scelto (italiani “purosangue” presenti perlopiù nei licei e italiani di origine straniera presenti perlopiù negli istituti tecnici).

Stando sempre al rapporto, la dispersione scolastica colpisce soprattutto alunni e alunne italiani di origine straniera e scarsissima è la loro presenza all’interno delle università. Ciò significa che se, da un lato, la cosiddetta scala mobile è pressoché ferma per tutti i lavoratori e le lavoratrici, per le persone di origine straniera essa è di fatto inesistente. Non avere la cittadinanza inoltre, implica non avere accesso alle opportunità di formazione all’estero così come ai concorsi pubblici. Il percorso risulta quindi predeterminato dal connubio di classe e origini che, nel contesto italiano, diventano di fatto degli ostacoli. Parlare di “test di integrazione” come propone la Lega non fa altro che confermare quanto l’Italia, arroccata su concetti suprematisti di conservazione identitaria, sia poco aderente a una realtà che esiste già, che non è estranea - e che quindi non deve “integrarsi” in un paese in cui è nata e cresciuta.