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di Michela Marzano

La Stampa, 17 ottobre 2022

Anche nella provincia di Novara, in alcune scuole paritarie, sta per arrivare l’educatore di corridoio, una figura di cui si è iniziato a parlare un paio di anni fa, quando a scuola si sono cominciati a toccare con mano i disastri prodotti (o amplificati) dalla pandemia. Sono d’altronde sempre più numerosi i ragazzi e le ragazze che fanno fatica a interessarsi allo studio, a trovare negli adulti punti di riferimento o anche solo a restare a galla. E allora si isolano e si attorcigliano su loro stessi. Sempre più connessi virtualmente, ma sempre più soli. Come se, all’improvviso, fosse sorto un muro capace di separarli dal futuro e dalla vita.

Pensati come una sorta di ponte tra il mondo degli adulti e quello dei più giovani, gli educatori di corridoi avrebbero lo scopo di interagire con i ragazzi e le ragazze in maniera diversa, più autentica, amicale. Come l’indica il loro stesso nome, si tratterebbe di docenti piazzati nei corridoi e pronti a intervenire quando un’alunna o un alunno, usciti di classe per andare in bagno oppure buttati fuori da un insegnante, iniziano magari a vagare per la scuola, cercando un luogo dove fumare una sigaretta o perdere tempo. Ma è davvero possibile che un ruolo di questo genere possa essere svolto da un docente, come sembra suggerire il segretario generale della Fondazione Carolina, l’associazione che, in provincia di Novara, si è fatta promotrice dell’iniziativa? C’è davvero bisogno di aggiungere figure supplementari a quelle già presenti in ambito scolastico oppure basterebbe educare meglio gli educatori? E poi, se un ragazzo o una ragazza hanno bisogno di respirare, è veramente giusto appiccicargli addosso l’ennesimo adulto? Il disagio giovanile è una delle piaghe più profonde della contemporaneità. Forse anche perché, noi adulti, abbiamo da tempo smesso di ascoltare ciò che i nostri ragazzi e le nostre ragazze provavano a dirci. Convinti di sapere tutto, abbiamo sempre più tendenza a giudicare e a impartire le nostre lezioni di vita, evitando di fare lo sforzo di rimetterci in discussione. Soprattutto in classe, dove la disattenzione o il brusio non sono sempre e solo sinonimo di problemi da parte degli alunni, ma talvolta anche una risposta alla nostra incapacità di interessarli o di trasmettere loro insegnamenti adeguati. Quand’è l’ultima volta che abbiamo provato a metterci al posto loro domandandoci se quello che gli raccontiamo o spieghiamo è interessante? Quand’è che ci siamo chiesti se incarniamo ciò che insegniamo invece di limitarci a fare lezione srotolando una lista insulsa di saperi stantii?

Per carità, ben venga ogni progetto di innovazione pedagogica. Ma evitiamo di confondere tutto e di peggiorare le cose. L’innovazione pedagogica, d’altronde, servirebbe soprattutto in classe. E non credo ci sia bisogno di occupare i corridoi scolastici per aiutare i più giovani a tornare a relazionarsi con gli altri senza il filtro del virtuale. Anzi. Spesso è proprio nei corridoi della scuola, e lontano dallo sguardo dei docenti, che le ragazze e i ragazzi hanno bisogno di ritrovarsi. Anche solo per poter fare spazio all’interno di loro stessi a tutte le cose che succedono in classe o durante la ricreazione, senza che qualcuno interferisca con la necessità che ogni tanto abbiamo tutti di essere lasciati in pace. Che si tratti di una lezione o di un problema, per elaborarli ci vuole tempo e tranquillità, più che l’ennesimo adulto che ci si piazzi davanti pronto a perorare una qualche causa e che, senz’altro con le migliori intenzioni, invece di aiutare spesso non può fare altro che confondere le idee. Se proprio si vuole introdurre qualche nuova figura adulta, allora forse sarebbe meglio un “educatore di stanza”, ossia qualcuno disponibile all’ascolto, e che si possa contattare in caso di bisogno, ma sempre e solo su richiesta dei diretti interessati. Come si fa a rendere le nostre ragazze e i nostri ragazzi autonomi se li si priva sistematicamente della libertà di venirci a cercare?