di Giulio Cavalli
Il Domani, 4 agosto 2025
Senza fondi aggiuntivi, l’introduzione della figura del “docente di inclusione” al posto di quello di sostegno, si configura come una mera operazione di marketing politico. È un atto simbolico che perpetua il malfunzionamento, travestendolo da cambiamento. È una legge di due articoli. Ma basta leggerli per capire che il vero contenuto è altrove: nella rinuncia a qualunque impegno. Il disegno di legge A.C. 2303, depositato dalla Lega e ora all’esame della Commissione Cultura della Camera, propone di sostituire la definizione “docente di sostegno” con quella di “docente per l’inclusione”.
Il cambiamento, secondo i proponenti, “valorizza” la figura, la allarga, la modernizza. In realtà, introduce una ridefinizione ambigua, senza riformare nulla. Anzi, compromette la funzione stessa del sostegno scolastico, senza investimenti, senza nuovo organico, senza un progetto coerente con i bisogni reali delle scuole. L’articolo 2 del testo è chiaro: “invarianza finanziaria”. Tradotto: tutto si fa con le stesse risorse. E tutto ciò che serve - più docenti specializzati, stabilizzazione dei precari, formazione continua, continuità didattica - resta fuori.
Ciò che la proposta ignora - I numeri però raccontano una realtà che la proposta ignora. Oltre 359.000 alunni con disabilità nelle scuole italiane (+26 per cento in 5 anni) mentre il 27 per cento dei docenti di sostegno non ha alcuna specializzazione. Il 59 per cento è precario. Il 57 per cento degli studenti cambia insegnante ogni anno, spesso nel corso dell’anno scolastico stesso. Intanto il disegno di legge si limita a un’operazione lessicale.
A essere stravolto non è solo un nome. È un paradigma. Parlare di “docente per l’inclusione” significa attribuire a una figura specifica una funzione che, secondo decenni di pedagogia, deve essere condivisa da tutto il collegio docenti. Si istituzionalizza così la delega, invece di superarla. Si trasforma la corresponsabilità in specializzazione isolata. E si rafforza l’idea, mai davvero sradicata, che la disabilità sia competenza di qualcuno, non un compito comune.
A nulla vale l’appello ai “principi della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità”, che vengono strumentalizzati per giustificare una proposta che tradisce l’approccio inclusivo più elementare: quello per cui ogni insegnante è responsabile dell’intero gruppo classe, e l’insegnante di sostegno è contitolare, non delegato. Il disegno di legge prevede che il “docente per l’inclusione” non si occupi solo degli alunni con disabilità (come stabilito dalla legge 104/1992), ma anche di quelli con Bisogni Educativi Speciali. Un’estensione senza copertura che, secondo molti esperti, rischia di compromettere l’azione individualizzata. Già oggi le ore di sostegno sono insufficienti, le assegnazioni avvengono in deroga, i Pei faticano a essere attuati. La proposta della Lega, in questo contesto, equivale a una diluizione. L’inclusione si allarga sulla carta e si indebolisce nella realtà.
Le associazioni che si occupano di disabilità - come Fish e Fand - parlano di “retorica della valorizzazione” che nasconde “una logica di contenimento”. I sindacati - Cgil, Cisl, Uil, Snals - denunciano la mancanza di ogni riferimento alla formazione, all’organico, alla continuità. I pedagogisti, da Dario Ianes a Silvia Portigliatti, smontano l’illusione semantica: “Tutti i docenti dovrebbero essere per l’inclusione. Ma il modo per renderlo vero è investire, non etichettare”.
Un segnale - In fondo, è proprio questa la cifra della proposta: un “segnale”, come lo definisce la relatrice leghista Giovanna Miele. Ma un segnale rivolto all’opinione pubblica più che alle scuole. Serve a produrre consenso, non cambiamento. Anzi, di cambiamento non c’è proprio traccia. Le alternative esistono. Sono già sul tavolo. Le proposte della Fish (A.C. 2444) chiedono una cattedra stabile di sostegno, formazione obbligatoria per tutti i docenti, risorse dedicate, rafforzamento dei Gli, revisione dei Pei. C’è il modello della “Cattedra Inclusiva”: due docenti con pari dignità, contitolari della classe, che progettano, insegnano e valutano insieme. L’Europa chiede lo stesso: l’inclusione è una competenza trasversale, non il dominio di una categoria.
Ma tutto questo costa. E la proposta della Lega, come molte operazioni di marketing politico, nasce proprio per evitarlo. Sceglie la scorciatoia nominalistica, introduce confusione normativa (la legge 104/1992 non parla di “docente di sostegno”, ma di “docente specializzato per le attività di sostegno”), moltiplica le etichette e deresponsabilizza.
Intanto la scuola italiana continua ad avere bisogno di una riforma vera. Ha bisogno di stabilizzare 122.000 docenti, molti senza specializzazione. Ha bisogno di interrompere il valzer dei supplenti, di garantire continuità e qualità, di affrontare il nodo irrisolto dei BES, di fare della progettazione personalizzata un lavoro collegiale. La proposta A.C. 2303 non risponde a nulla di tutto questo. È un atto simbolico che perpetua il malfunzionamento, travestendolo da cambiamento.
Chiamarlo “docente per l’inclusione” non cambierà nulla. Anzi, rischia di indebolire ciò che già oggi fatica a reggere. Perché l’inclusione, come recita la Costituzione, non si garantisce “senza nuovi o maggiori oneri”, ma con la responsabilità politica di rimuovere gli ostacoli. Anche quando questo significa spendere, ascoltare, cambiare davvero.











