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di Gianni Canova*

Corriere della Sera, 26 agosto 2022

Tutti i programmi elettorali parlano di istruzione, ma nessuno si sofferma sulla qualità della preparazione che offriamo ai nostri studenti, mentre la scuola dovrebbe aiutare a cercare, scoprire, capire, interpretare, innovare.

La notizia buona è che la scuola e la formazione delle giovani generazioni sono temi presenti nei programmi di quasi tutti gli schieramenti impegnati nella campagna elettorale. La notizia cattiva è che le proposte di quasi tutti i partiti, con pochi distinguo, continuano a privilegiare gli interessi di chi a scuola ci lavora invece che quelli di chi a scuola ci studia e ci va per ricevere una formazione adeguata alla complessità del nostro tempo.

Tutti dicono che bisogna stabilizzare gli insegnanti precari. Bene (anche se bisognerebbe discutere su come selezionarli…). Dicono che gli insegnanti vanno pagati meglio. Sacrosanto. Che anche nelle carriere docenti va introdotto il merito. Era ora. Che va estesa e rafforzata l’edilizia scolastica. Ci mancherebbe. Il problema è che nessuno - ma proprio nessuno - si interroga su quella che è la vera emergenza della scuola (e, per converso, della società) italiana. Cosa si insegna nelle aule? Che tipo di formazione viene offerta agli studenti? Che conoscenze e competenze vengono condivise? Cosa è urgente fare per formare giovani generazioni più colte, consapevoli e responsabili di quelle uscite negli ultimi anni dalle nostre scuole?

Non sto a ripetere se non in estrema sintesi dati ormai universalmente noti: siamo un paese che viaggia verso tassi di analfabetismo di ritorno preoccupanti, un italiano su due non è in grado di decodificare correttamente un testo scritto se contiene anche solo un periodo ipotetico o una frase sintatticamente men che elementare, abbiamo un numero di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) incomparabilmente più alto di tutti gli altri paesi europei e la formazione tecnico-scientifica fa acqua da tutte le parti. Non solo: all’università arrivano giovani per cui la geografia è un optional e la storia contemporanea una galassia inesplorata.

E siamo del tutto analfabeti in alcune delle discipline più necessarie per capire il mondo in cui viviamo: siamo poco oltre lo zero nella formazione economico-finanziaria, e lo stesso vale per lo studio dei media, dei loro linguaggi, delle loro tecniche di comunicazione e di seduzione. I nostri governi sono stati perfino multati dall’Unione Europea perché siamo gli unici a non prevedere la media literacy nei curricula scolastici, abbiamo pagato le multe e tutto è rimasto come prima.

Per di più, la scuola e l’università non sempre sono attrezzate per sviluppare negli studenti quelle abilità che tutte le rilevazioni più recenti indicano tra le più richieste dal mercato del lavoro dei prossimi anni: il pensiero critico, la capacità di risolvere problemi complessi, lo sviluppo della creatività. Qualche decennio fa sembrava che la ricetta magica per rilanciare la scuola fosse contenuta nella formula delle tre “i”: inglese, informatica, impresa.

Ora finalmente si è capito che queste tre “i” non sono obiettivi ma prerequisiti. Come dire: se per giocare a calcio serve un pallone, per fare scuola seriamente oggi servono l’inglese, l’informatica e un rapporto costante con il mondo del lavoro. Sono altre, in prospettiva, le “i” di cui ha bisogno oggi la scuola.

Alcune le ha indicate tempo fa con la consueta chiarezza e lungimiranza l’ex rettore dell’Università di Bologna Ivano Dionigi: invenio, intelligo, innovo. A questo dovrebbe allenare la scuola: a cercare, scoprire, capire, interpretare, innovare. Ma per far ciò è necessario un pensiero alto. Uno scatto di immaginazione e di fantasia. Non è, una volta tanto, questione di soldi. La politica promette quelli. Invece in questo caso servirebbero prima di tutto pensiero, progetto, visione.

L’ultima riforma organica del nostro ordinamento scolastico risale paradossalmente alla riforma Gentile. 1923, poco meno di un secolo fa. Dopo ci sono stati aggiustamenti, adeguamenti, limature, ritocchi, riformine e controriformine. Ma nessuno ha mai provato a pensare e progettare seriamente quello che potrebbe e dovrebbe essere la scuola del futuro. C’è qualcuno tra le forze politiche impegnate nella campagna elettorale interessata e capace di farlo? Vedremo. Certo è che per metter mano a un progetto come questo bisognerebbe avere il coraggio di pensare più al futuro delle nuove generazioni che a vincere con promesse generiche o irrealizzabili le prossime elezioni.

*Rettore Università Iulm - Milano