di Giuseppe Passalacqua
Il Domani, 25 febbraio 2026
Cosa racconta il caso di Foggia, dove un genitore ha aggredito un insegnante colpevole di aver sgridato la figlia. La riduzione della scuola a servizio tra gli altri, il fallimento dell’accordo implicito tra istituzione e famiglia, l’emergere di un’età adulta incapace di sostenere le responsabilità del proprio ruolo. A Foggia un professore di 61 anni chiede a una ragazza di togliere i piedi dalla sedia durante la lezione. È un richiamo normale, scolastico, ordinario. Lei non abbassa lo sguardo, prende il telefono e chiama il padre. Quindici minuti dopo il padre arriva, entra in classe e schiaffeggia il professore davanti a tutti. Con disprezzo, sdegno e violenza. Solo quando il prof è sul pavimento, il padre prende la figlia e lascia la scuola. Il povero insegnante avrà una prognosi di sette giorni sul referto e una frase tra le labbra che mette i brividi: “Ho paura. Tornerò a scuola. Ma ho paura”.
La reazione facile è puntare il dito contro il padre. È inevitabile. Ma fermarsi lì è riduttivo. Dietro questo gesto vile c’è qualcosa di più profondo e sistemico che riguarda la nostra cultura. Lo stesso gesto della ragazza è rivelatore. Non interpreta il richiamo come parte di una regola istituzionale, ma come un attacco personale, una mancanza di rispetto. Allora chiama i “rinforzi”: come si chiamerebbe un avvocato davanti a un’aggressione. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Istruzione e del Merito a dicembre 2025, le aggressioni segnalate nei primi mesi dell’anno scolastico 2025/26 sarebbero diminuite: 4 episodi da settembre a metà dicembre, contro 21 nello stesso periodo del 2024/25 e 19 nel 2023/24. Su base annua, il monitoraggio parla di 71 episodi nel 2023/24 e 51 nel 2024/25 (Mim, comunicato 18 dicembre 2025).
Eppure, dentro quei numeri c’è un dato qualitativo che interroga: in oltre la metà degli episodi segnalati negli ultimi anni scolastici, gli aggressori non sono studenti ma familiari. È l’adulto a varcare la soglia dell’aula e irrompere nella scuola come in uno spazio privato. Questa dinamica rivela due questioni: la prima è il cortocircuito tra funzione paterna e funzione educativa dell’insegnante. Fino a vent’anni fa era il professore a chiamare il genitore, e il genitore (se necessario) completava la funzione educativa a casa. Oggi è il figlio che chiama il genitore e il genitore risponde “on demand” demolendo il professore. L’inversione è completa.
Il patto interrotto - La seconda questione riguarda la rottura di un patto educativo tra adulti: tra genitori e insegnanti, tra famiglia e scuola. Ma quale patto? Non un accordo scritto. Non una delega cieca, ma un patto implicito, culturale, che ha retto per decenni la funzione educativa. Era il patto secondo cui: la scuola rappresentava uno spazio “terzo”, distinto dalla famiglia e gli eventuali conflitti si affrontavano tra adulti, non davanti ai figli e non contro l’istituzione.
In altre parole, esisteva un’alleanza simbolica tra adulti. Questo patto non significava obbedienza incondizionata all’istituzione. Significava riconoscere che educare è un compito condiviso e che il limite posto dall’insegnante non è un attacco personale al figlio, ma parte di un processo di crescita. Oggi quel patto non c’è più. La scuola viene spesso percepita come un servizio tra gli altri, e il docente come un erogatore di prestazioni. Il genitore si sente cliente più che alleato. Se il figlio si lamenta, la reazione non è chiedersi cosa stia imparando da quell’esperienza, ma verificare se il “servizio” sia stato adeguato. In questa trasformazione si consuma la rottura: la famiglia non riconosce più alla scuola uno spazio autonomo di autorevolezza, e la scuola fatica a coinvolgere la famiglia in una responsabilità condivisa. Il risultato è che l’adolescente si trova al centro di una frattura tra adulti.









