di Chiara Sgreccia
Il Domani, 1 settembre 2025
Non una legge che definisca i cardini dell’educazione sessuo affettiva. Non un piano per garantire supporto psicologico in tutte le scuole. Ma riforme volte a irrigidire le norme attuali. A partire dal maggior peso attribuito alla condotta. La scuola si prepara a una “rivoluzione culturale”. Così ha più volte annunciato Giuseppe Valditara, da quando è ministro dell’Istruzione (e del Merito). L’ultima il 26 agosto, durante il suo intervento al Meeting di Rimini, a qualche giorno dalla riapertura della scuola. Che anche quest’anno, al contrario dei proclami, riaprirà grazie all’impegno dei precari (250 mila secondo le stime dei sindacati).
Di “rivoluzione culturale” a Rimini il ministro ha parlato a proposito della filiera tecnologico-professionale 4+2, “per preparare i giovani al mondo del lavoro”. Senza ricordare che, proprio come per il liceo del Made in Italy, anche la proposta di rafforzare il collegamento tra scuola e interessi delle aziende è un flop a cui si sono iscritti poco più di 5 mila studenti. Anche perché, come chiariscono le analisi, ai “giovani”, il mondo del lavoro così com’è piace poco, preferirebbero avere gli strumenti per migliorarlo.
Ma non è la prima volta che il titolare del Mim parla di rivoluzione culturale. Anzi. Lo ha fatto nel suo libro La rivoluzione del buon senso. Per un paese normale, in cui, come ha spiegato Aluisi Tosolini su Domani, il ministro propone “una svolta culturale che deve partire dalle scuole” per riportare la normalità di “certi” principi e “certi” valori, con l’obiettivo di contrastare quelli di una “certa” sinistra, senza chiarire che cosa questo “certismo” significhi.
Così, proprio perché il punto sembrerebbe quello di trasformare il pensiero comune partendo dalle radici della società, Valditara ha annunciato la “rivoluzione culturale” la maggior parte delle volte in cui ha in cui ha spiegato le sue riforme per la scuola. Ad esempio, avrebbero dovuto generarla le linee guida per l’insegnamento dell’Educazione civica, già in vigore, tutte incentrate su individuo, patria e azienda. E la Legge Sasso che per disincentivare le aggressioni al personale scolastico inasprisce le pene. Lo dovrebbero fare le nuove Indicazioni nazionali sui programmi scolastici che entreranno in vigore dal 2026/27, che hanno sollevato molte critiche da parte di chi vive la scuola tutti i giorni. E, secondo Valditara, lo faranno le novità pronte per il nuovo anno.
Non una legge per definire i cardini dell’educazione sessuo-affettiva, per contrastare la violenza e avvicinarsi alla parità di genere. Non un piano che metta a sistema e garantisca i fondi sufficienti per un servizio di supporto psicologico in ogni scuola. Ma riforme che irrigidiscono le norme affinché educazione sia sinonimo di obbedienza, per evitare la punizione.
Così al centro del processo educativo per chi frequenta le superiori tornerà ad esserci la condotta. Che, valutata lungo tutto l’anno, inciderà anche sui crediti per l’ammissione all’esame di Stato: punteggio più alto solo a chi prende 9. Mentre gli studenti con 5 in comportamento verranno bocciati, quelli con 6 su 10, per essere ammessi all’anno successivo, dovranno redarre un elaborato su temi di cittadinanza collegati ai motivi che hanno causato la valutazione. Cambiano anche il sistema delle sanzioni disciplinari - con una sospensione fino a 2 giorni, lo studente verrà coinvolto in attività di approfondimento sui comportamenti che hanno causato il provvedimento, con una sospensione più lunga dovrà svolgere i “lavori socialmente utili” - e il nome dell’esame alla fine delle superiori. Che non sarà più di “Stato” ma di “Maturità” perché ad essere valutato, complice l’orale che diverrà multidisciplinare, sarà lo studente nel complesso, come se il lavoro che i professori fanno ogni giorno nel conoscere e strutturare il percorso degli allievi non esistesse.
Infine, per i quasi sette milioni di studenti che torneranno a scuola dall’8 settembre (i primi saranno a Bolzano, gli ultimi in Calabria e Puglia il 16), l’uso del cellulare sarà proibito “durante lo svolgimento dell’attività didattica e più in generale in orario scolastico”, si legge nella circolare di giugno che estende il divieto già in vigore per il primo ciclo anche alle superiori. “È inaccettabile che si parli di autonomia di pensiero mentre si minaccia e punisce chi dissente. Che si rafforzi la condotta come strumento di controllo, che si imponga il Pcto come formazione quando nella realtà è sfruttamento”, commentano gli studenti della Rete della Conoscenza che si preparano alla mobilitazione. “Nessun confronto è stato aperto con noi. Nessuno ci ha chiesto cosa pensiamo”, aggiungono, convinti che più che una “rivoluzione culturale”, quella prospettata dal ministro sia un “ritorno al passato”. Di cui dovremmo già conoscere gli effetti.











