di Diana Ligorio
Il Domani, 18 maggio 2026
“La domanda non è soltanto “come dobbiamo punire il colpevole?” ma diventa “cosa si può fare per riparare la relazione che si è rotta con l’altro e con la comunità?”“, il concetto che spiega Federica Brunelli della Cooperativa Dike di Milano. “Così come accade nella giustizia penale, l’idea è quella di affiancare al sistema delle sanzioni disciplinari in ambito scolastico il modello della mediazione e della riparazione in una prospettiva di complementarietà”, spiega Federica Brunelli della Cooperativa Dike di Milano, capofila del progetto scuole riparative, promosso fin dal 2016 dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.
Ad alcune realtà, come la Fondazione Don Calabria di Verona e la Cooperativa Crisi di Bari, entrambe partner del progetto e da tempo impegnate, come Dike, in progetti di giustizia riparativa, venivano segnalati dall’autorità giudiziaria numerosi reati commessi nel contesto scolastico. “I reati però erano già avvenuti”, racconta Brunelli. “Da lì l’idea di lavorare in un’ottica preventiva”. Scuola, la scelta obbligata dei manuali digitali. Un risparmio apparente che penalizza la didattica Cambio di approccio La scuola riparativa sceglie di lavorare sui conflitti della vita quotidiana a scuola (offese, illeciti disciplinari, reati) cambiando lo sguardo. “Il comportamento che genera conflitto non viene guardato solo come violazione di una norma ma soprattutto come rottura di una relazione significativa”, spiega Brunelli. “Per questo la domanda non è soltanto “come dobbiamo punire il colpevole?” ma diventa “cosa si può fare per riparare la relazione che si è rotta con l’altro e con la comunità?”.
La scuola riparativa propone un incontro in cui le due parti sono invitate a dialogare con l’aiuto di mediatori, terzi, imparziali e soprattutto equiprossimi, vale a dire capaci di avvicinarsi all’esperienza dell’uno e dell’altro, al loro modo di sentire, aprendo spazi di riconoscimento reciproco e possibili azioni di riparazione della relazione. Nell’istituto comprensivo Alzavole a Torre Maura, periferia romana, il progetto è iniziato nel 2017. “Questa buona pratica si è fatta spazio nella scuola con difficoltà perché ha richiesto di cambiare approccio rispetto al conflitto”, racconta Maria Luisa Garosi, insegnante della scuola secondaria di primo grado. “Ho iniziato il progetto in prima media”, racconta Carlotta Detond, 14 anni. “All’inizio non ero molto convinta, ero poco disposta al confronto. Al tempo dicevo cose tipo: stai zitto, con te non voglio parlare”. La mediazione le ha invece offerto un nuovo punto di vista.
“Ora non penso più: questa persona ha ragione, questa ha torto. Cerco di capire ogni persona, così la rivaluto”. Oggi Carlotta è una mediatrice esperta: “Abbiamo imparato a veder la mediazione non come opzione ma come necessità. Alcuni ragazzi vengono da noi in bagno e ci raccontano che è successa una cosa e chiedono di organizzare una mediazione”. Prendiamo il caso di due amici di vecchia data, uno cresce più in fretta, diventa il leader che catalizza le attenzioni della classe e lascia l’altro fuori dal gruppo.
“Il ragazzo escluso ci stava malissimo. Quando si è reso conto che l’altro ragazzo era disposto a riprendere il rapporto, è scoppiato in lacrime”, racconta Carlotta. “Se non ti ascolti, il conflitto si ingigantisce. Nella mediazione i confliggenti sono tenuti ad ascoltarsi”. “Ma io non pensavo di avergli fatto così male, io volevo scherzare, per me era un gioco. Queste sono le parole che ascoltiamo dai ragazzi quando comincia la loro consapevolezza”, spiega Garosi. “Ora si comunica molto in chat quindi il conflitto viaggia tra tante persone e si ingigantisce”, racconta Carlotta. Carlotta riferisce di conflitti arrivati dal mondo online.
“Un ragazzo ha chiesto una mediazione perché era stato cacciato da un gioco alla play. Essere escluso dalla play del pomeriggio significa essere escluso dalla condivisione del racconto di quel momento in classe”. Questa mediazione ha fallito, racconta la prof. “I giochi hanno delle regole, ha detto il ragazzo escludente, e non c’è stato modo di ricomporre le parti”. La forza della mediazione, secondo Garosi, è intercettare il conflitto nella fase iniziale per evitare complicazioni relazionali e promuovere un clima di fiducia reciproca nell’ambiente scolastico. Se in strada i giovani trovano solo criminalità: il governo preferisce le carceri alla prevenzione Emozioni profonde “Sono un mediatore ma sono stato anche un confliggente con un mio compagno di classe”, racconta Ian Sartor, 13 anni, dell’Istituto Perasso di Milano.
“Mi sentivo attaccato, ci insultavamo. Io ci stavo molto male, per diverso tempo non ho dormito. Così ho fatto richiesta di mediazione”. All’ingresso della scuola c’è una scatola dove poter lasciare un messaggio con la domanda. I mediatori, un adulto e uno studente, sono esterni alla classe e ascoltano le versioni delle persone coinvolte. “Rispecchiamo le emozioni che percepiamo e rimandiamo quello che ci arriva”, spiega Salvatore Di Dio, docente della scuola.
“L’immagine è quella di un iceberg: la punta emersa sono i fatti, la parte sommersa sono le emozioni e poi i valori. È importante abbassare la temperatura emotiva del conflitto per capire quali valori sono in gioco”. “Noi mediatori siamo come un ponte che collega due persone dalle parti opposte di un fiume”, racconta Ian. L’esito della mediazione non è la riconciliazione, ma stabilire un livello minimo di convivenza. “Decidiamo di non esser più amici e lo decidiamo pacificamente insieme. La mediazione per noi ragazzi è uno strumento vivo. Chiediamo di usarla quando non possiamo ricucire da soli”.










