di Giuseppe Caliceti
Il Manifesto, 22 agosto 2026
Il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara ha annunciato che dal prossimo anno scolastico non ci saranno più classi con più del 30 per cento di alunni stranieri. Considerando stranieri anche i bambini e i ragazzi nati in Italia, che spesso hanno già frequentato le scuole dell’infanzia e parlano italiano come un bambino italiano di sei anni. Il tetto del 30 per cento era stato già introdotto nel 2010 dalla ministra Mariastella Gelmini nella sua catastrofica riforma della scuola, ma la legge era stata largamente disattesa. Valditara dichiara che questa volta farà sul serio. Motivazione: “Perché a farne le spese sono gli alunni italiani”. Quello che il ministro non si chiede è perché questa legge sia stata largamente disattesa fino ad oggi. Proverò a spiegarlo.
I minorenni che hanno genitori di origine straniera e non sono considerati ancora cittadini italiani, in Italia sono 1 milione e 44mila, circa il 19,3 per cento della popolazione straniera in Italia. Sotto i 6 anni sono il 32 per cento, circa 326mila bambini; tra i 6 e i 12 anni circa il 42 per cento; tra i 13 e 1 17 anni circa il 27 per cento. In modo ancora più specifico, secondo i dati Istat pubblicati nell’ultimo report sulla natalità, i bambini nati da entrambi i genitori stranieri sono stati 50.539 (il 13,7 per cento dei nati) e 30.168 nati da coppie miste (l’8,1 per cento del totale). Complessivamente, i nati da almeno un genitore straniero superano il 21 per cento delle nascite totali. Riassumendo: oggi, in Italia, un bambino su cinque non nasce da genitori che siano entrambi italiani o, possiamo dire, “italiani doc”.
Tutto questo, in un momento in cui nel nostro Paese ha raggiunto un nuovo minimo storico di denatalità dal secondo dopoguerra: secondo l’ultimo rapporto Istat, del 2025, le nascite sono ferme a 355mila unità, segnando un calo netto del 3,9 per cento rispetto all’anno precedente. Questo “inverno demografico” vede il tasso di fecondità scendere ad appena 1,14 figli per donna, ben lontana dalla soglia di un ricambio generazionale, fissata a 2,1 figli. E tutto questo “inverno”, ricordiamolo, nonostante l’apporto di bambini d’origine straniera.
Questi dati ci dicono che i bambini e i ragazzi che hanno genitori che non sono nati in Italia, sono già tra noi da alcuni decenni. Non solo: figli di “italiani doc” vivono da decenni in sintonia con loro. Ma la politica, è rimasta indietro rispetto alla realtà. Parla di remigrazione, assimilazione. Cosa vuol dire emigrazione di un bambino nato in Italia. Come ha detto una mia alunna marocchina di otto anni ormai anni fa: “L’Italia è la mia mamma, il Marocco è il mio papà. Ma io mi sento dentro soprattutto italiana, perché lo sento dentro”.
Il ministro non tiene conto di come sono distribuiti nel nostro Paese famiglie e minori stranieri. Spesso in gruppo. O in alcuni paesi della provincia. O in alcuni quartieri delle città. Sia perché tendono a formare comunità tra loro, sia per la crescente ghettizzazione. Un esempio. Novellara, a pochi chilometri da Reggio Emilia. La popolazione di nazionalità indiana è il 3,6 per cento della popolazione e il 24 per cento dell’intera popolazione straniera. Nelle classi si arriva a circa il 25 per cento di stranieri, con punte del 40 per cento e più. A Reggio Emilia sono presenti oltre 120 comunità di stranieri, in provincia risiedono circa 65mila stranieri, il 12,3 per cento della popolazione totale provinciale e in città 28.400, pari a oltre il 16,5 per cento dell’intera popolazione urbana. Ciò vuol dire che ci sono paesi della provincia e quartieri della città dove si concentrano le famiglie straniere.
Con percentuali di alunni in classe oltre il 30 per cento. Dunque, che farne dei bambini in più? Il ministro Valditara prevede una deportazione di questi alunni da un quartiere o da un paese all’altro della città? E a spese di chi? Comuni? Stato? Genitori? E in ogni caso, sarebbe sensato educare minori in scuole lontane dal loro contesto sociale? Attendiamo risposte dal ministro per risolvere nel modo più pedagogicamente e didatticamente responsabile la situazione che rischia di ingolfare, e fascistizzare, la scuola pubblica statale.









