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di Gabriele Segre

La Stampa, 10 gennaio 2026

A maggio di quest’anno, a Las Vegas, un atleta attraverserà il traguardo dei cento metri in un tempo che nessun essere umano ha mai segnato. Nei suoi muscoli scorreranno sostanze dopanti che per decenni ogni federazione sportiva del mondo ha considerato come il male assoluto. Qui, però, non saranno più una colpa da nascondere. Quando solleverà le braccia al cielo, non ci saranno né controlli né alcuna vergogna. Incasserà un assegno da un milione di dollari e il pubblico lo accoglierà come un eroe. Quello che a molti sembrerà un episodio di Black Mirror sarà probabilmente una delle immagini molto reali e altrettanto iconiche di questo nuovo anno: gli Enhanced Games, i giochi che celebrano il potenziale umano sotto “supervisione medica”.

Quasi una dichiarazione programmatica dello spirito che attraversa il presente, in cui la forza in tutti i campi ha smesso di mascherarsi e si presenta cruda, senza giustificazioni, pronta a raccogliere applausi. Si vive e si compete oltre ogni limite. Vincere è l’unica cosa che conta, con qualunque mezzo, costi quel che costi.

Che lo sport si faccia specchio del proprio tempo non è certo una novità. Dalle Olimpiadi di Atene, dove gli atleti gareggiavano nudi per dimostrare che non nascondevano armi, ai giochi gladiatori di Roma, dove il coraggio si misurava in vittoria o morte, lo sport ha sempre riflesso i valori, le ossessioni, le contraddizioni dell’epoca che lo ospita. È una lente che ingrandisce e scoperchia le trasformazioni che ci attraversano prima ancora che queste diventino evidenti altrove. Ciò che gli Enhanced Games portano alla luce è un messaggio preciso del nostro tempo, nello sport come nel mondo: le norme esistono e valgono per tutti… fintanto che qualcuno non ha la forza e l’audacia di violarle.

L’esatto contrario dell’educazione civica che ci è stata trasmessa sui banchi di scuola e nei campetti sportivi: tutti secondo le stesse regole, nessuno al di sopra della legge, tanto meno i più forti. Era questo il patto implicito, nello sport come nella vita. Non è che il doping non esistesse, ma guai a essere beccati. Ben Johnson. Lance Armstrong. Marion Jones. Erano in cima al mondo, sono stati smascherati, hanno perso tutto. Medaglie, contratti, reputazione. Non importava quanto grandi fossero: una volta scoperti, le leggi valevano anche per loro.

Con gli Enhanced Games, la violazione delle regole smette di essere un’aberrazione e si trasforma nel principio fondante della rivoluzione culturale dell’illimitato. A partire dal linguaggio. Enhanced è il termine tecnico del superamento: la soglia che va oltrepassata perché considerata obsoleta. Nessun “imbroglio”: “ottimizzazione”. Non “violazione”, ma “miglioramento”. Uno slittamento semantico in cui la violazione diventa merito e l’infrazione virtù. La domanda che ne deriva non potrebbe essere più chiara: se qualcosa è possibile e ti rende più forte, perché mai dovresti rinunciarvi?

La risposta non si ferma alle piste d’atletica. Attraversa la politica, la società e tocca il fondamento stesso dell’etica pubblica: la forza per essere legittimata, doveva parlare la lingua delle regole - del diritto, delle istituzioni, dei principi condivisi. Era questo vincolo a definire lo spazio entro cui poteva pretendere obbedienza senza ridursi a pura imposizione. Che poi quel patto fosse rispettato davvero contava fino a un certo punto. La realtà del Novecento è stata spesso brutale e cinica, piena di eccezioni e violenze. Ma l’ipocrisia stessa era già una forma di riconoscimento: significava che anche chi trasgrediva sentiva il bisogno di giustificarsi, di pagare almeno un tributo simbolico all’idea che esistessero limiti validi per tutti. Era una finzione, certo, ma teneva aperta la possibilità di giudicare il potere, e quindi di contenerlo.

Oggi, in politica come nello sport, appare sempre più evidente che quel pudore non regge più. Scivola su un piano inclinato che non ammette gradualità né gentilezze. La forza ha smesso di nascondersi, spinta da una logica di oltrepassamento permanente. Nessun tributo da pagare, nessun limite a cui sottostare. Vale solo la potenza capace di dispiegarsi senza freni. I vincoli morali, giuridici e istituzionali non sono più garanzie, ma ostacoli ingiustificati e chi dispone di potere si prende il diritto di spazzarli via. È il mondo della legittimità dell’onnipotenza, della leadership che non riconosce vincoli. E se non valgono più nemmeno quelli della natura, figurarsi quelli degli uomini. I Trump, i Putin, gli Xi ne sono l’incarnazione: “enhanced” anche loro, pronti a correre più veloci, volare più in alto, bombardare più forte, vivere più a lungo. Convinti che ogni confine sia fatto per essere oltrepassato. Chi si ferma davanti ai limiti è un illuso o un debole: conta solo spingersi oltre.

Se non vogliamo che a noi comuni mortali resti solo il posto da spettatori sugli spalti, occorre trovare il modo di reagire in fretta, far valere di nuovo l’idea che esistano regole comuni e pretendere che tornino a contare anche per chi può violarle. Non ci sono altre scorciatoie e forse non ci riusciremo. Ma è l’unica gara che ci resta da correre.