di Sergio Segio
L’Unità, 16 aprile 2026
La caccia a Elia Del Grande. Mai come in questi anni in Italia il giornalismo mainstream sta dimostrando il suo punto più basso. Non è solo questione di asservimento, autocensura, pressapochismo: è proprio la propensione a scrivere e commentare (e giudicare, etichettare, additare, esecrare, mobilitare i peggiori sentimenti) senza sapere e senza documentarsi. Nel caso di Elia Del Grande, che ha riempito per giorni e giorni telegiornali e pagine di quotidiani in un crescendo di allarmismi, per evitare imprecisioni o vere e proprie sciocchezze sarebbe stato sufficiente avere memoria e leggere qualcosa. Non necessariamente corposi libri, come il fondamentale “Un ossimoro da cancellare,” a cura di Giulia Melani, con scritti di Franco Corleone, Katia Poneti e Grazia Zuffa (edizioni Menabò, 2023).
Sarebbero bastati i brevi ma illuminanti articoli scritti dagli stessi Corleone e Melani in occasione del precedente e identico avvenimento che aveva visto il 2 novembre dello scorso anno Del Grande allontanarsi dalla Casa-lavoro di Castelfranco Emilia nella quale era stato collocato dopo aver scontato la pena a 26 anni di reclusione cui era stato condannato per un grave delitto. Allontanamento reiterato il 5 aprile scorso dalla nuova struttura in cui era stato spostato, quella di Alba.
In entrambe le occasioni Del Grande è stato ripreso dopo pochi giorni, durante i quali media e forze dell’ordine si sono scatenati in una vera e propria “caccia all’evaso”, con utilizzo persino di droni. Evaso non per sottrarsi alla pena definita e inflitta nel processo, ma a quella pena ulteriore, da lui ritenuta ingiusta e intollerabile, dovuta all’imposizione della misura di sicurezza nella Casa di lavoro che può protrarsi all’infinito.
Non ha, cioè, un termine previsto e stabilito, proprio come l’ergastolo. In questo caso, un “ergastolo bianco” che, a discrezione del giudice, porta in una colonia agricola o in una casa di lavoro “persone che sono entrate per sei mesi, avendo l’unica colpa di non avere una dimora e una famiglia e vi sono rimaste internate per anni e anni”, come ha scritto Del Grande, ovvero “coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza”, come recita l’articolo 216 del Codice penale. Tale definizione basta a suggerirci da quale cultura e periodo storico derivi la norma, ovvero dal positivismo lombrosiano e dall’archeologia criminale del Codice fascista Rocco, come titola un altro volume curato ancora da Corleone, che attraverso la “Società della Ragione” da lui fondata con Grazia Zuffa è una punta avanzata delle battaglie per i diritti e le garanzie (Archeologia criminale, Consiglio Regionale della Toscana, Fondazione Michelucci Press, 2019).
Che ci possano essere persone che delinquono in modo ripetuto, se non proprio ricorrente, ce lo mostrano in effetti le statistiche sulla recidiva - che, a loro volta, dovrebbero però interrogare sull’enorme distanza esistente tra la pena detentiva attuale e quella indicata dai padri costituenti; così pure è obiettivo che si possa riscontrare una certa professionalità, pur criminale, nell’esecuzione di taluni delitti. Ma dovrebbe risultare del tutto inaccettabile in una cultura democratica quanto previsto dall’articolo 108, che qualifica “delinquente per tendenza chi, sebbene non recidivo […], riveli una speciale inclinazione al delitto, che trovi sua causa nell’indole particolarmente malvagia del colpevole”.
Viene da pensare che proprio da lì, dai codici fascisti e da culture ottocentesche, traggano alimento e trovino radici i tempi cupi e autoritari in cui stiamo vivendo; che potremmo con causa definire di tecnofascismo, con il proliferare di leggi da Stato di polizia quali i ripetuti decreti “sicurezza” dell’attuale governo (nonché di alcuni dei precedenti, anche di diverso schieramento politico) e con la concreta sperimentazione di misure preventive e restrittive nei confronti pure di chi non ha commesso alcun reato. La “polizia predittiva” verso cui siamo incamminati non si richiama e ispira alla fantascienza di Minority report ma al peggior passato e allo strapotere e all’impunità in divisa dei regimi dittatoriali.
Per rimanere agli ultimi giorni, e non solo in Italia, il fermo preventivo - in virtù delle nuove norme introdotte dal governo Meloni - di 91 persone, che a fine marzo intendevano partecipare ai funerali degli anarchici Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, non è in nulla differente dalla prassi in voga durante il ventennio mussoliniano di trattenere precauzionalmente in cella gli oppositori in occasione di manifestazioni pubbliche del regime. Il diciasettenne arrestato a Perugia il 30 marzo in un’operazione antiterrorismo, semplicemente, non aveva ancora commesso quei reati che prevedibilmente si accingeva a realizzare.
Una variante, complementare, è quella di colpire non chi potrebbe commettere un reato ma addirittura chi non ne prenda le distanze o lo giustifichi. Persino un’eurodeputata, Rima Hassan di La France Insoumise, a inizio aprile è stata arrestata e trattenuta per un giorno, a seguito di denunce da parte di organizzazioni ebraiche e di estrema destra, con l’accusa di “apologia del terrorismo” per un post su X relativo a un attentato risalente al 1972 (sic!). Infine, se proprio il reato non esiste si può sempre inventarlo e introdurlo, come nel caso delle 523 persone arrestate a Londra l’11 aprile nel corso di una manifestazione, e, più in generale, della messa al bando in diversi paesi di associazioni propal e antifa.
Nell’orwelliano stato di polizia globale e incipiente in cui ci troviamo a vivere in questa fase storica, insomma, chi disturba o contesta mostra per certo pericolosità sociale, inclinazione al delitto e indole malvagia. Se in passato il positivismo lombrosiano pretendeva di correggere gli individui giudicati portatori di tali caratteri, oggi, nel ritrovato tempo dei Re e delle Regine, si preferisce reprimerli in via preventiva, oppure escluderli e internarli come misura di sicurezza e attraverso di essa. E, indubbiamente, da questo punto di vista, la pena indefinita e infinita dell’ergastolo bianco è uno strumento perfetto, non consente replica, fuga o difesa.
La vicenda di Elia Del Grande e la sua enfatizzazione in chiave securitaria possono e debbono perciò trasformarsi in occasione per riflettere in modo ampio sulla crisi della democrazia e sulla progressiva demolizione del sistema di diritti e garanzie. In tal senso occorre riprendere la proposta di legge a firma di Riccardo Magi e ferma alla Camera (Modifiche al codice penale in materia di abolizione delle misure di sicurezza detentive per soggetti imputabili e di disciplina della libertà vigilata, n. 158, presentata il 13 ottobre 2022) e rilanciare l’ampio movimento che si era mobilitato contro le leggi sulla sicurezza. Anche perché dopo i Del Grande e i “delinquenti abituali”, dopo le Hassan, gli anarchici, i No Tav e gli Askatasuna, i propal, gli antifa e gli antirazzisti, gli occupanti abusivi e i maranza, gli attivisti ambientalisti e gli operatori delle navi umanitarie, verranno a prendere anche tutti noi. E non ci sarà più nessuno a poter protestare.











