di Gianni Oliva
La Stampa, 26 giugno 2025
“I raid in Iran, come Hiroshima e Nagasaki, hanno chiuso la guerra”: Trump ha detto proprio così. Tra mille pagine della storia americana ha citato come merito le più controverse, le più agghiaccianti, quelle che tutti i suoi predecessori, repubblicani o democratici, hanno taciuto per rispetto o per pudore. A Hiroshima, il 6 agosto 1945, la bomba “Little Boy” ha spazzato via in un attimo 70 mila persone e raso al suolo l’intero centro cittadino; a Nagasaki, tre giorni dopo, la bomba “Fat Man” ne ha polverizzati più di 40 mila. Entro l’anno, i morti per ferite, ustioni, radiazioni sono stati un numero impressionante, calcolato tra le 150 e le 200 mila. Tutti civili: donne, uomini, bambini, anziani, infermi. Quanti siano stati esattamente non si sa, perché di molti di loro non restava nulla e non si potevano contare. Trump conosce questi numeri? Conosce questa storia?
Di fronte a ciò che accade, non ha senso discutere del significato politico delle azioni. Come tanti, non ho mai avuto simpatia per gli ayatollah, per i terroristi di Hamas, per gli Hezbollah: ma qui non c’entrano le capacità nucleari dell’Iran o la strage del 7 ottobre. Quando si evoca Hiroshima come esempio, si rinnegano ottant’anni di storia successiva e l’esibizione della forza diventa l’unico metro di riferimento. Nessuno è così ingenuo da pensare che la forza sia una variabile secondaria: tutti sappiamo quanto sia fondamentale, dalla forza militare alla forza economica, alla forza finanziaria, alla forza psicologica. Ma la storia del mondo, dal 1945 in poi, ha visto lo sforzo di bilanciare la forza di pochi con la dimensione collettiva dell’agire. Proprio per evitare altri Hitler e altre Hiroshima. Per questo sono nati l’Onu, le corti di giustizia internazionali, i trattati multilaterali, i periodici incontri dei G7 e dei G20; per questo il diritto internazionale è stato approfondito, definito, modulato. Il mondo ha cercato la dimensione collettiva per impedire il ripetersi delle derive che avevano portato alla catastrofe del 1940-45.
La politica di Trump è la negazione di questo percorso: disprezzo per i partner, chiunque essi siano; umiliazione dei più deboli; tracotanza del potere; linguaggio ruvido; nessuna considerazione degli organismi internazionali. E ora citazioni storiche che parlano più dei raid sull’Iran. Perché con il loro arsenale (bombe nucleari comprese) gli Usa possono fare cosa vogliono, annettere il Canada, occupare la Groenlandia, sacrificare l’Ucraina, e chissà cos’altro…. Trump è il leader di un paese democratico, eletto liberamente dai cittadini (peraltro, anche Hitler andò al potere con i voti liberi della democratica Repubblica di Weimar). Ma la democrazia di un Paese non si misura solo sui suoi modelli istituzionali: in questo pianeta globale e interdipendente, c’è una democrazia delle relazioni internazionali fatta di confronto e di dialogo, ai quali tutti sono tenuti, i più forti e i più deboli. E il confronto e il dialogo non si fondano sullo spettro di Hiroshima e Nagasaki. Mi piacerebbe chiedere alla presidente Meloni se durante la cena del vertice Nato, seduta al tavolo di Trump, è stata capace di ricordarlo al suo interlocutore, lei che nel maggio 2023 ha partecipato a un G7 convocato, non a caso, proprio a Hiroshima.











