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di Marika Surace

Il Domani, 13 marzo 2022

Ma come faremo a parlare con loro se non conoscono l’italiano?”. La domanda di Gaia, 9 anni, giunge dopo giorni di attesa, quando nella sua scuola, una primaria di Vanzaghello, plesso dell’Istituto comprensivo Ada Negri di Magnago, in provincia di Milano, si diffonde la notizia che arriveranno presto dei bambini ucraini a sedersi accanto ai coetanei italiani.

Quando, dallo scorso novembre, ho iniziato a insegnare educazione civica a Gaia e ai suoi compagni di IV elementare, non pensavo che così presto concetti astratti come libertà di espressione e principi fondamentali della Costituzione, oppure la storia dei conflitti mondiali, sarebbero diventati la realtà di cui discutere ogni giorno, anche tra i banchi di scuola, anche con i più piccoli. Che chiedono, vogliono capire, fanno domande importanti. Come Emma, che mentre in classe parlavamo degli arrivi delle prime famiglie in Italia mi ha chiesto: “Come mai non abbiamo fatto lo stesso con quelli che arrivano via mare, con le barche?”. Difficile avere sempre le risposte, anche se fai l’insegnante, ma la discussione è quotidiana, animata.

Soprattutto quando il preside del plesso, Domenico Pirrotta, annuncia che qualche bambino è già arrivato e chiede a tutti di collaborare: “Abbiamo subito attivato un protocollo di accoglienza, partito con la raccolta di zaini e astucci da distribuire ai nuovi alunni”, spiega il dirigente. “E partirà presto un bando per l’assunzione di mediatori linguistici. D’altra parte la scuola può e dev’essere il punto di riferimento per chi è scappato lasciandosi dietro ogni cosa, il primo presidio a difesa di una piccola ma preziosa normalità”.

Lo è sicuramente per Viola, 10 anni, arrivata in Italia con la sorella di 15, ospite di una cugina. I genitori sono rimasti in Ucraina. “Quando i miei studenti hanno saputo che si sarebbe unita a loro una ragazzina scappata dalla guerra, non hanno perso tempo”, racconta Giuliana Tonella, maestra di matematica a Magnago. “E mentre loro creavano biglietti e cartelloni di benvenuto per la nuova compagna, lei non nascondeva i suoi timori: si è chiesta da subito a cosa sarebbe servito frequentare una scuola italiana, se non a farle venire maggiore nostalgia del suo Paese”. Poi, però, la paura è passata. La maestra, infatti, ha avuto una splendida idea: insegnare a tutti quanti a fare un origami, una piccola scultura di carta, grazie a un video che mostrava le istruzioni. Senza bisogno di parlare. “È lì che si è sciolto il ghiaccio, Viola ha capito che poteva stare in classe senza sentirsi esclusa”, aggiunge la maestra. “Noi insegnanti, per comunicare con lei, usiamo i traduttori del telefono. Mentre i bambini, semplicemente, giocano tra loro e la coinvolgono. Il gioco è il linguaggio più universale che ci sia, no?”.

Ed è proprio come un gioco che, tra i corridoi e le aule scolastiche, i bambini imparano il significato della parola accoglienza. Che nasce anche solo da un disegno. Quando mi chiedono di cercare per loro, su Google, la parola ucraina per scrivere “Benvenuti”, è amore istantaneo per i caratteri dell’alfabeto cirillico. Che ben presto, insieme al giallo e al blu della bandiera, diventano più popolari delle carte Pokémon, con qualcuno che improvvisa anche qualche esercizio di pronuncia. Carlo, Mattia e Ginevra mi chiedono di appendere tutto alle finestre, in modo che anche chi non frequenterà la scuola possa vederli dalla strada. Ma è Chris che si ricorda che, qualche giorno fa, abbiamo parlato dei tanti rimasti lì, nei rifugi o per le strade, a tentare la fuga. E allora si ferma e mi chiede: “Cerchi per noi come si scrive in ucraino la parola ‘Resistete’?”.