di Maria Teresa Carbone
Alias - Il Manifesto, 28 luglio 2025
Una intervista con la psicoanalista spagnola Lola López Mondéjar: “La letteratura, come il cinema, permette di abitare la mente dell’altro, superando stereotipi e pregiudizi”. In un’intervista a El País Lola López Mondéjar, psicoanalista e autrice di un saggio, Sin relato. Atrofia de la capacidad narrativa y crisis de la subjetividad, che ha vinto nel 2024 il Premio Anagrama per la saggistica, ha detto che “i gruppi di lettura sono spazi rivoluzionari”. In occasione di un ciclo di incontri da lei tenuti presso l’Instituto Cervantes di Roma le abbiamo chiesto di argomentare meglio questa posizione.
Negli ultimi anni la diffusione dei club del libro ha messo in risalto la dimensione “sociale” della lettura. Eppure, leggere resta un’attività solitaria. Come spiega questa contraddizione?
In realtà i club del libro uniscono i due aspetti: da un lato, la solitudine creativa e riflessiva della lettura individuale; dall’altro, la possibilità di condividere e confrontare interpretazioni diverse, che arricchiscono la comprensione del testo. Il confronto permette di uscire da una visione personale o superficiale grazie all’apporto degli altri partecipanti e della persona che coordina, il cui ruolo consiste appunto nello stimolare l’esplorazione di nuovi scenari interpretativi.
Nei gruppi, però, non c’è il rischio che si ritrovino lettrici e lettori con gusti affini e che quindi le scelte si rivelino prevedibili e poco stimolanti?
Può succedere, ma nella mia esperienza è vero il contrario: le differenze fra i partecipanti, se non sono molto marcate, arricchiscono il gruppo e aiutano a cambiare prospettiva, come nel caso dello sguardo femminista che alcuni cominciano ad accogliere solo col tempo. Tuttavia, chi avverte una distanza troppo grande dal sentire comune spesso abbandona il gruppo. Questo crea una certa omogeneità, ma di solito resta comunque lo spazio per lavorare sulle differenze.
A proposito dello sguardo femminista, almeno nei gruppi di lettura italiani la presenza maschile è ridotta: sono pochi gli uomini che aderiscono e spesso se ne allontanano dopo pochi incontri. Cosa ne pensa?
Credo sia una perdita. Andrebbe valorizzato l’ascolto di tutte le differenze: alle donne, tra l’altro, potrebbe giovare sentire punti di vista maschili, non come opposizione, ma come ricchezza. Spesso la posizione femminista viene vista come “giusta” di default, ma non si può ridurre tutto a uno schema binario. Credo che nel tardo capitalismo molte donne, per adattarsi e affermarsi, abbiano adottato comportamenti “maschili”, il che rende più difficile discutere apertamente queste dinamiche. La società odierna impone spesso modelli individualisti, ed è difficile trovare spazi di vero confronto.
Secondo lei ha senso sostenere che “quello che conta è leggere”, o si dovrebbe distinguere fra i vari tipi di libri?
Leggere è sempre positivo, ma le fonti prescrittive - come la tv o i social - spesso orientano verso letteratura d’intrattenimento piuttosto che di qualità. Nei gruppi che ho seguito noto che, pur partendo da romanzi “leggeri”, molti arrivano ad apprezzare testi complessi, ma solo se esiste un percorso, una guida, o un contesto formativo. Diversamente, si resta sempre nell’ambito del già noto, perché lo richiedono i meccanismi di mercato e le abitudini di consumo. Credo che le istituzioni debbano promuovere la buona letteratura, offrire un ideale e non solo rispondere alle richieste immediate del pubblico.
Ritiene sia possibile trasmettere la passione della lettura a chi non legge?
È possibile, anche se è molto difficile oggi, perché bisogna competere con le tante “dipendenze” proposte dalla società, soprattutto digitali. Credo che, come avviene per la lingua, anche l’amore per la lettura si trasmetta per contagio: attraverso una figura di riferimento appassionata, che sia un insegnante, un genitore, o un amico. Se non si incontra una persona del genere, difficilmente nasce l’interesse. Inoltre, la lettura sugli schermi è spesso superficiale: gli studenti oggi faticano con i testi complessi, proprio perché manca la pratica della profondità.
Davanti alle difficoltà della lettura, cosa si può fare per aiutare i ragazzi a non arrendersi?
Viviamo in una società accelerata: fermarsi per leggere un testo complesso richiede sforzo, tempo e anche il coraggio di stare da soli con sé stessi. Si è perso il valore della lentezza e della concentrazione. Oggi ci sembra normale non riuscire a leggere due pagine senza distrarci. La prima sfida è proprio educare a rallentare, a prestare attenzione. Solo così si può accedere alle domande profonde che la lettura pone, su di sé e sugli altri.
Un suo saggio è intitolato “Invulnerables e invertebrados”. A chi si riferisce?
Mi riferisco a chi, per adattarsi alla società odierna, reprime vulnerabilità, empatia e relazioni profonde con gli altri. Questo porta a una sorta di “anestesia morale”: diventiamo impermeabili, evitiamo la sofferenza altrui per proteggerci, ma così rischiamo di perdere la capacità di entrare in relazione autentica, anche attraverso la lettura.
Quindi pensa che l’empatia, anche fisica, possa nascere dai libri?
Sì, assolutamente. Leggendo storie di altre persone - ad esempio migranti o minoranze - è più facile comprendere e sentire “dall’interno” le loro vite, invece di percepirle come estranee. La letteratura - come il cinema - permette di abitare la mente dell’altro, superando stereotipi e pregiudizi. Per questo credo che i gruppi di lettura siano luoghi rivoluzionari: permettono di aprire orizzonti nuovi e aiutano ad accogliere la complessità dell’esperienza, perché parlare di libri è parlare della vita.











