di Elena Stancanelli
La Stampa, 14 luglio 2023
Quando una donna denuncia uno stupro ci occupiamo subito di come era vestita. L’obiettivo è quello di derubricare l’accaduto da reato a simpatica marachella. Può il carattere della vittima diventare una circostanza attenuante in un omicidio? Ovviamente no. Nessun Tribunale oserebbe affermare che uccidere un bambino insonne e isterico sia meno grave che ucciderne uno placido e sorridente, o che sia un po’ più legittimo accoppare un genitore insopportabile o un capo ufficio senza cuore. L’unica circostanza attenuante, in un omicidio, è la legittima difesa, con tutte le difficoltà di attribuzione che comporta. Ma questo non vale per le donne. Del resto per le donne si fa eccezione spesso, quando si tratta di reati.
Che a subire un reato sia una femmina consente aggiustamenti impensabili nel caso di un maschio. Immaginate come reagiremmo a sentire che è stata alleggerita la condanna per rapina a qualcuno perché il rapinato indossava delle orribili ciabatte, ciabatte che avevano dato adito a un equivoco, che istigavano al reato. Rideremmo, penseremmo a un colpo di sole da parte di avvocati o giudici. Se invece una donna denuncia uno stupro la prima cosa della quale ci occupiamo è come era vestita. Segue una disamina delle sue relazioni sessuali/amorose e una rapida valutazione della sua moralità. L’obiettivo è quello di derubricare l’accaduto da reato a simpatica marachella.
Ci hanno fatto credere che fosse complicato separare in maniera netta uno stupro da semplice cattivo sesso. Ci hanno detto: siete sicure? Abbastanza, direi. Ogni donna sa che capitano delle volte in cui si fa del cattivo sesso, qualche volta anche contro voglia perché è più complicato dire no che non sbrigare in fretta la pratica. Ogni donna sa che quella cosa lì non somiglia neanche lontanamente a uno stupro. La si scorda in fretta, non fa male, qualche volta diventa addirittura una scusa per rifarlo, e magari viene meglio. Ripeto: non somiglia neanche lontanamente a uno stupro se non nella testa di uomini malati di mente, siano essi avvocati, giudici o amici dell’accusato. Il sesso, anche il peggiore, e lo stupro non appartengono alla stessa categoria semantica. Il primo è vita, il secondo è morte, violenza, annientamento.
Ve ne dico un’altra che farebbe molto ridere se non fosse vera, se non fosse accaduta ieri, nel nostro paese. Se non potesse accadere a ciascuna di noi. Un uomo uccide una donna poi la fa a pezzi e sparge i pezzi in un bosco. Una donna con la quale aveva una relazione di qualche tipo. Viene condannato, ma la sua pena viene ridotta perché quella donna, quella che ha fatto a pezzetti e nascosto tra le foglie, col suo comportamento lo aveva esasperato. “Fontana (l’omicida) si è reso conto che la giovane e disinibita Carol si era in qualche misura servita di lui per meglio perseguire i propri interessi personali e professionali e che lo avesse usato e ciò ha scatenato l’azione omicida”. Questo scrivono i giudici nella motivazione. Facciamo un gioco: quanti di voi si sono sentiti usati una volta nella vita, quanti hanno avuto a che fare con una persona disinibita, quanti hanno percepito di colpo l’arrivismo di quella persona della quale, fatalmente, si erano innamorati? Quasi tutti noi? “A spingere l’imputato non fu la gelosia ma la consapevolezza di aver perso la donna amata, accompagnata dal senso di crescente frustrazione per essere stato da lei usato e messo da parte”. E qui la percentuale si alza: tutti? Gli altri, pochi, sono molto fortunati. Quanti di noi hanno preso quella persona, l’hanno fatta a pezzi e l’hanno nascosta tra le foglie del bosco? Nessuno direi, per fortuna. Perché questo è il patto sociale: ci si incontra, ci si innamora, e quasi sempre questo innamoramento si trasforma in delusione. A quel punto ci si allontana.
Ma questo, lo abbiamo detto, non vale per le donne. O almeno può non valere, se la follia omicida incontra l’ottusità di chi deve giudicarla. Perché, ci chiediamo, perché questo trattamento non viene riservato agli uomini? Recuperiamo la storia dell’indovino Tiresia. Fu la dea Era ad accecarlo, perché aveva visto una cosa che non doveva vedere. Grazie a una storia complicata di serpenti era stato trasformato in una donna e come donna aveva vissuto per sette anni. In quegli anni aveva visto, anzi sperimentato sul suo corpo, il piacere femminile. Interrogato su quella esperienza aveva risposto che non c’era proprio storia: il piacere sessuale di una donna è nove volte più grande di quello di un uomo. La dea si infuriò (perché aveva rivelato un segreto che doveva rimanere nascosto) e per vendicarsi lo accecò mentre Zeus, per risarcirlo, gli donò la capacità di prevedere il futuro (più un danno che un dono). Aveva ragione Era: la prima regola del piacere femminile è che non si parla del piacere femminile. Crea invidia nei maschi e fa crollare tutto quel castello di bugie su cui abbiamo costruito la complicata convivenza: la potenza, l’erezione, l’armamentario maschile che conosciamo. E che sappiamo (ma non lo diciamo) fragilissimo. Di questo parla la sentenza di ieri: della paura dei maschi (non tutti, ma quei giudici sicuramente sì) che quelle nove volte diventino, come è stata per secoli la potenza virile, la dote di chi comanda. Che le donne comandino, finalmente, e sulla base del piacere. Che meravigliosa rivoluzione sarebbe.










