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di Michel Martone*

Corriere della Sera, 10 ottobre 2025

In un momento storico in cui sul palcoscenico mondiale tornano a prevalere modelli di leadership dal carattere autoritario, per non dire predatorio, all’Europa spetta la responsabilità storica di difendere quella cultura dei diritti che dà senso e sostanza alle forme più avanzate di democrazia, anzitutto in tema di parità di genere. Può così ancora accadere che, mentre oltreoceano si moltiplicano gli ordini esecutivi che impongono a università ed aziende la chiusura dei programmi che promuovono il multiculturalismo e la parità di genere, ci si ritrovi a Milano nel giardino della Triennale al Tempo delle donne con migliaia di persone per discutere e ragionare per un intero week end, all’insegna della “libertà di volere ancora tutto”.

Così di fronte a un cartellone ricco e articolato ho scelto di seguire gli incontri che in un modo o nell’altro hanno affrontato il delicato tema del futuro delle relazioni umane in quest’epoca di incalzante innovazione tecnologica perché ho un figlio di dieci anni e mi sono chiesto, con Francesco Piccolo ed Edoardo Albinati: se una parte determinante del nostro carattere si è formata nell’adolescenza quando eravamo maggiormente influenzabili, cosa accadrà a quello dei nostri figli ora che in quel particolare momento della loro vita sono esposti ai pericoli dei social media e alle lusinghe dell’intelligenza artificiale?

Quello che segue è il mio personale diario delle risposte che ho trovato girovagando tra i tanti appuntamenti di questa riuscita edizione del Tempo delle donne. Un’edizione che si è aperta con una riflessione agrodolce sui risultati di uno sconsolante sondaggio dal quale emerge che i giovani della generazione Z, nonostante le tante potenzialità sprigionate dall’innovazione tecnologica, sono talmente smarriti da non sentirsi all’altezza dei padri e dei nonni. Se i Boomer erano così pieni di sé da dirsi pronti a fare la rivoluzione, loro preferiscono rendersi invisibili ripiegandosi sul telefonino per sfuggire alle complessità del mondo che stanno ereditando. Una reazione sconsolata e difficile da spiegare se solo si pensa che ciò accade in un frangente in cui l’innovazione tecnologica ha completamente sovvertito i rapporti di autorità e autorevolezza tra generazioni posto che, come precisato da Mauro Bonazzi nello spazio Vox, se quelle più anziane non hanno esperienza delle innovazioni, le nuove devono imparare a conviverci sin dalla prima infanzia.

Così alla ricerca di un po’ di conforto, è facile che i giovani della Gen Z si rivolgano ai social media per ottenere qualche like o al chatbot preferito alla ricerca di qualche consiglio che li sollevi dal loro disagio, come ha rilevato una brillante terapeuta, Lara Pelagotti, che, per comprendere meglio il fenomeno, si è sottoposta ad una terapia con l’intelligenza artificiale per cercare di comprenderne l’efficacia. Un esperimento durato sei mesi e fatto di incontri settimanali con un chatbot chiamato Francesca con il quale ha parlato di amore, tristezza, allegria, depressione, rapporti famigliari, ferite originali e sogni alla ricerca di soluzioni ai problemi quotidiani.

Ne è venuto fuori un quadro fatto di luci ed ombre, piuttosto utile a distinguere che non ad accomunare l’intelligenza umana con quella artificiale. Se, come ha sottolineato la neuroscienziata Martina Ardizzi, l’intelligenza umana è “esperienziale” nel senso che si forma attraverso le emozioni e le esperienze che la vita porta con sé, quella artificiale è appiattita sul presente perché si forma attraverso i dati disponibili in rete in un determinato momento storico. Ricorda ciò che dici ma non lo assimila perché, come sottolineato da padre Guidalberto Bormolini, è incapace di vedere e sentire la complessità dell’essere umano anche perché è priva di corporeità e quindi non ha mai sentito le farfalle nello stomaco tipiche dell’innamoramento o la cupa tristezza che accompagna i momenti di depressione. E di certo non può comprendere il significato di un silenzio o l’infinita gamma di emozioni che può suscitare una canzone, come quelle cantate da Riccardo Cocciante, Coez o Francesca Michielin nel Teatro dell’arte.

Anche per questo mi sono convinto che, almeno allo stato attuale, l’intelligenza artificiale se è in grado di sostituire i lavori ripetitivi o meramente operativi, come ricorda Silvia Cassano, di sicuro non può sostituire i terapeuti o gli psicologi perché un depresso non ha certo bisogno di un terapeuta, privo di intelligenza emotiva o di empatia, che sia stato progettato per assecondare i suoi stati di animo. Anche perché questa pericolosa deriva è aggravata dal fatto che, come rilevano Paolo Giordano e Jonathan Bazzi, ormai anche giornali e tv si fanno dettare l’agenda da social media ai quali non chiediamo di essere visti o compresi per come realmente siamo ma piuttosto di essere accettati per l’immagine che offriamo di noi, secondo una logica identitaria piuttosto che pluralista.

Insomma una società innamorata del proprio riflesso, nella quale all’intelligenza maschile e femminile si aggiunge quella artificiale mentre si riduce lo spirito critico e si moltiplicano le dipendenze, da quelle per il telefonino a quelle per lo shopping. Un contesto problematico nel quale i nostri figli sono troppo spesso lasciati soli da genitori che per fragilità preferiscono negare i loro problemi piuttosto che farsene carico quando, come rileva Matteo Lancini, il bisogno primario di qualsiasi adolescente è quello di essere riconosciuto nella sua delicata unicità.

Tutti i relatori hanno poi concordato sul fatto che il problema è ben più ampio perché l’innovazione tecnologica scardina gran parte delle certezze con le quali eravamo cresciuti, anche quelle sulla famiglia tradizionale come testimonia il brillante corto di Francesca Romana Zanni sulla gestazione per altri, non a caso titolato Presente, di cui abbiamo discusso con Barbara Chichiarelli in Sala Cuore, dove ci siamo divisi tra quanti ritengono che l’innovazione non debba incontrare limiti se permette alle persone di realizzare i loro sogni e quanti temono che, per questa via, l’uomo finisca per sentirsi onnipotente fino a dimenticare che esistono dei limiti naturali che non possiamo superare senza prima esserci posti nuove e delicate questioni etiche.

Questioni appassionanti che, per essere affrontate, richiedono coraggio, apertura mentale e capacità di dialogo. Qualità che si fanno sempre più rare ma che hanno consentito a donne straordinarie come Goliarda Sapienza - magistralmente raccontata nel film Fuori di Mario Martone e Ippolita Di Majo proiettato nel Teatro dell’arte - o Mimi Pecci-Blunt - ricordata con l’apertura del Teatro Cometa da Maria Grazia Chiuri e Rachele Regini - di farsi valere nella cultura patriarcale degli anni 60 e di ispirare tante giovani donne. Anche per questo il Tempo delle donne mi ha fatto ricordare la fortuna di essere cittadini europei e quanto sia importante potersi incontrare in un parco per parlare, discutere e ragionare liberamente del nostro futuro e del nostro modo di vivere in comunità.

*Giurista, professore di Diritto del lavoro e relazioni industriali alla Sapienza di Roma