di Andrea Lezzi
L’Unità, 10 maggio 2022
Quando in piena notte, alcuni giorni fa, gli agenti della casa circondariale di Messina hanno sentito bussare insistentemente al portone d’ingresso ci han messo qualche minuto a comprendere cosa stesse davvero accadendo.
Dall’altra parte del muro non vi era nessun detenuto da prendere in custodia, nessun criminale desideroso di costituirsi ma - al contrario - un uomo libero: un ex carcerato che in quella struttura aveva passato gli ultimi anni e che chiedeva insistentemente di poterci tornare, perché senza un posto dove andare. Non è servito il conforto degli agenti, che hanno spiegato l’impossibilità di venire incontro a una tale richiesta.
Dopo poche ore, a notte fonda, l’uomo si è ripresentato all’ingresso dell’Istituto, prima di arrendersi e di incamminarsi nel buio della periferia cittadina in preda alla disperazione. Di questa storia così triste e assurda - un tentativo di evasione al contrario, in un porto sicuro dove il mondo non cambia mai - emerge per prima cosa la grande solitudine che attanaglia chi prova a riprendere le fila della propria vita dopo l’esperienza carceraria, e si ritrova ad affrontare un mondo che sostanzialmente non lo aspetta.
Non ti aspetta un lavoro, non ti aspetta nessuno a casa, anzi spesso non ti aspetta nemmeno una casa. È dunque un cammino difficile quello del reinserimento sociale, spesso supportato dall’impegno straordinario di volontari e associazioni, ma che richiederebbe - evidentemente - un maggiore sostegno da parte delle Istituzioni. I temi del lavoro e degli affetti sono quelli centrali per chi prova a tornare alla normalità.
Per molti ex detenuti il senso di smarrimento e confusione non è legato unicamente alla perdita delle certezze di ogni giorno. Non si tratta solamente di lasciarsi dietro ciò che il carcere può garantire: un vitto, un alloggio, un luogo dove passare del tempo.
Questo senso di vuoto, questo disorientamento che - nel caso di Messina - porta una persona di nemmeno quarant’anni ad avere terrore della vita reale, trae probabilmente origine da più elementi. Favorire tutti quegli strumenti che, anche durante la pena, permettano davvero di mantenere dei legami significativi fuori dal carcere (colloqui, permessi, presenze nei momenti importanti della famiglia) rappresenta una prima soluzione, per alimentare una prospettiva in coloro che, chiusi in una cella, un giorno fuori vorrebbero poter contare su qualcuno da avere accanto: un genitore, un partner, un figlio.
Il lavoro, poi, rappresenta l’elemento fondante per un effettivo reinserimento nella comunità, nonché - come ci dicono tutti dati - un fortissimo deterrente per la recidiva. Ed è per questo che le maggiori risorse dovrebbero essere spese proprio per ridare dignità al lavoro penitenziario, ampliandone la platea aumentandone la concorrenzialità con l’esterno.
Appare ancora troppo esiguo, oggi, il numero di detenuti che lavorano per conto di realtà esterne all’amministrazione carceraria, meno di mille. Per non parlare di coloro che sono impiegati fisicamente all’esterno delle strutture. Al dicembre 2021, su circa 54mila detenuti, solo 1.300 erano impegnati in lavori esterni. Investire su questi aspetti può contribuire a creare quelle condizioni utili per rimanere connessi alla società e costruire una formazione professionalizzante che, una volta fuori, potrà tornare utile. In fin dei conti è tutto qui: “dignità e una vita normale”, come diceva un vecchio brano di Jovanotti.









