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di Stefano Piedimonte

 

Corriere del Mezzogiorno, 4 febbraio 2021

 

"Certi discorsi suonano difficili in tempo di affanni e di croniche emergenze. Il gioco delle privazioni produce cattiveria, la rabbia umana diventa rabbia canina, le bocche schiumano, ognuno pensa a sé. Come sempre, si dirà, ma adesso un po' di più. Diventa facile dimenticarsi degli altri, di quelli che se la passano male, se tutti, in fondo, ce la passiamo male. Soprattutto se quegli altri, come si dice, se la sono cercata. Ma è qui che la società regredisce di colpo, che ci sembra quasi di sentirne il tonfo e talvolta perfino il tanfo".

"Vendetta pubblica. Il carcere in Italia" è il titolo del libro che il magistrato Marcello Bortolato e il giornalista e scrittore Edoardo Vigna hanno pubblicato con l'editore Laterza (151 pp, 14 euro). È un titolo che riassume sostanzialmente la domanda di fondo: ma noi, noi come Stato, cosa vogliamo di preciso dalle persone recluse? Pretendiamo vendetta? Pretendiamo che patiscano? O ci auguriamo, piuttosto, che tornino nella società, così come prescrive l'articolo 27 della Costituzione che recita: "Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato"?

È una domanda importante: la risposta che diamo serve a valutare la grana sociale di un paese. Ed è chiaro che se si auspica per i detenuti un trattamento non umano, non si potrà sperare che rientrino nella società come persone migliori, poiché nessuno migliora se viene trattato come una bestia.

Bortolato, che dal 2017 presiede il tribunale di sorveglianza di Firenze, e Vigna, nota firma del Corriere, offrono un punto di vista che parte da due posizioni distinte, cioè quella del tecnico e quella del cronista, e si fonde in un unico sguardo che è rigoroso ma non per questo arido.

In questo, il saggio fornisce una prospettiva complementare a quella squisitamente narrativa - penso fra i contemporanei al bellissimo "Dentro", scritto per Einaudi da Sandro Bonvissuto, e all'ottimo "Cattivi", pubblicato per lo stesso editore da Maurizio Torchio, o a L'uomo che amava i libri, di George Pelecanos (Sem), che tratta il tema della letteratura in carcere - e non è rivolto, come si potrebbe credere, a un pubblico di addetti ai lavori, ma anzi si lascia apprezzare proprio per la sua cifra ibrida e divulgativa.

Gli autori fanno iniziare ogni capitolo partendo da un luogo comune sui detenuti - e ce ne sono molti: "Alla fine in carcere non ci va nessuno", "Dentro si vive meglio che fuori", "Beati loro che hanno vitto e alloggio gratis", "Ci vorrebbero i lavori forzati", "Questi si fanno pure i permessi premio" - per opporre la logica dei fatti e dei numeri a quello che viene indicato come "populismo penale" e alla furia forcaiola, una furia che, vediamo bene in questi mesi, si dimostra tanto più trasversale quanto più la crisi s'inasprisce.

La realtà dei fatti è che al 31 marzo 2020 i reclusi nei 190 istituti penitenziari italiani erano circa ottomila in più rispetto ai 50.754 previsti. Può sembrare poco, ma è un numero enorme. È dimostrato, e lo spiegano gli autori, che nelle situazioni di promiscuità e di sovraffollamento la tenuta psicologica delle persone recluse precipita. E questo, ancora, non le rende delle persone migliori. Spesso provoca disordini, altrettanto spesso è causa di suicidi. Nel carcere napoletano di Poggioreale, al 31 dicembre 2019 c'erano 2.090 detenuti contro i 1.636 consentiti, il che ne fa una delle carceri più sovraffollate d'Italia.