sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Nicola Boscoletto

vaticannews.va, 16 maggio 2026

Dal 29 aprile al 2 maggio 2026 si è svolto ad Assisi il Convegno Nazionale dei Cappellani e degli Operatori della Pastorale Penitenziaria sul tema: “…perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,15) - Lavoro, accoglienza e servizio”. Pubblichiamo una riflessione di Nicola Boscoletto, socio fondatore della Cooperativa sociale Giotto. Ho avuto l’onore di essere invitato a portare il nostro punto di vista sul tema del lavoro a partire dai 36 anni di esperienza in trincea come Giotto cooperativa sociale. Ancora una volta è stato più quello che ho avuto modo di imparare rispetto a quello che potevo offrire. Tralascio i molteplici qualificati interventi e relativi contributi che verranno presto offerti a tutti e mi soffermo su due aspetti che ritengo un’emergenza su cui non si può più tergiversare: il primo aspetto riguarda l’emergenza educativa ed il secondo la necessità di una condivisione reale.

Emergenza Educativa - Il carcere è un’istituzione che deve sapersi mettere in discussione, proprio come chiede di fare ai suoi ospiti. Educare è un “affare” serio e, per capirlo meglio, ci può aiutare il paragone con la famiglia. Per un genitore non basta dire ai figli cosa è giusto o sbagliato fare: essi hanno bisogno prima di tutto di vedere i genitori fare ciò che chiedono loro. I genitori possono anche tacere sulle “regole”, se le incarnano coi fatti. Ma non è sufficiente: se i genitori fanno cose diverse e non collaborano verso uno scopo comune, la convivenza si complica e il rispetto reciproco si allontana. Questa dinamica si estende a tutti i contesti educativi - scuola, comunità per minori, carceri minorili e per adulti - dove spesso mancano esempi di impegno serio. Tra tutti gli ambiti educativi la complessità del mondo del carcere è tra i più impegnativi perché entrano in gioco (forse oggi sarebbe più corretto dire dovrebbero entrare in gioco) più attori con competenze diverse: privarsi di una sola o gerarchizzarle riduce le chance di successo. L’istituzione è educativamente credibile solo se comprensibile e capace di autocritica, come d’altronde chiede agli ospiti.

Solo una condivisione reale può dar vita ad un “Cambio di Paradigma” - Anche per chi si occupa di curare le anime diventa difficile farlo in un corpo pieno di ferite di cui sempre meno persone si prendono “amorevolmente cura”. Oggi serve un cambio radicale: occuparsi della cura di chi cura i bisognosi, insegnare ai “maestri” ad essere buoni maestri. Possono essere di aiuto in questo dei giganti come san Giovanni Bosco - col cuore nella Fede ma con un metodo pedagogico universale - e sant’Agostino, sulla postura umile davanti alle scelte altrui. Diventano indispensabili rapporti paritari e un modo di guardarsi ed ascoltarsi capace di accogliere l’altro, tra istituzioni (carcere, Prap, Dap, magistratura, scuola, sanità) e società civile (Terzo Settore). “Potrai correggere se ti lasci correggere. Potrai esigere convivenza civile se prima la vivi e la testimoni. Non pretendere dagli altri ciò che non pretendi da te stesso”. Questo cambio di paradigma può aiutare ad intervenire realmente, e non tanto per parlare, su uno dei temi tanto indispensabile quanto difficilissimo che è quello di una rivoluzione copernicana in materia di Governance.

Spunti da Sant’Agostino - Sant’Agostino raccomanda ai giudici di operare con giustizia e umanità e aggiunge che per cercare di avere un giudizio retto sono necessarie alcune condizioni, che chiaramente vanno estese a tutti gli operatori. 1) autogiudicarsi con umiltà e fedeltà alla coscienza; 2) buon senso (recta ratio); 3) conoscenza tecnico-professionale - aspetti antropologici, psicologici, pedagogici, medici e giuridici - (eruditio); 4) indipendenza (libertas); 5) perseguire i peccati, non i peccatori (“peccata persequatur, non peccantem”). Il quinto punto chiaramente è il frutto dell’applicazione dei primi quattro.

Spunti da San Giovanni Bosco - San Giovanni Bosco entra ancora di più nel dettaglio di come si deve operare, di come “prendersi amorevolmente cura” di chi ha più bisogno. Fede come cuore, ma anche in questo caso metodo pedagogico educativo estendibile a qualsiasi ambito: 1) prima di tutto con te stesso; 2) coi maestri; 3) con assistenti e capi; 4) con coadiutori e personale; 5) coi giovani; 6) con esterni; 7) nel comandare.

Proposta Operativa

1) Serve promuovere un lavoro comune per leggere la realtà con gli “occhiali giusti” in modo tale da trovare soluzioni adeguate da una parte e contrastare una continua e nociva deriva securitaria fine a sé stessa dall’altra.

2) Serve insistere su garanzie da parte del Ministero/Dap di una reale disponibilità ad affrontare tutti i vari problemi secondo il principio dell’”amministrazione condivisa”.

3) Serve sempre di più un dialogo paritario e qualificato tra tutte le realtà che a vario titolo sono impegnate al raggiungimento dello scopo, in particolare con tutto il mondo del Terzo Settore, valorizzando tutte le esperienze presenti senza alcuna subalternità.

L’opzione san Francesco - Visto il luogo dove eravamo e la ricorrenza degli 800 anni dalla morte di san Francesco, patrono d’Italia assieme a santa Caterina da Siena, mi permetto di raccontare un episodio della vita del “Poverello di Assisi”. Come per sant’Agostino e san Giovanni Bosco anche per san Francesco non dobbiamo correre il rischio di liquidare la sua l’esperienza in un ambito di fede, perché, come dicevamo, l’aspetto pedagogico e di metodo vissuto e offerto, è universale e perciò riguarda tutti, in particolare i diversi ambiti educativi. L’esperienza di fede, della presenza di Dio nella vita dell’uomo può essere almeno in parte sostituita con il senso del vivere, con la dignità e il valore proprio di ogni singola persona.

Il rispetto e la stima con cui Francesco si avvicina agli altri - riconoscendo in ogni persona una presenza di Dio già all’opera - rendono possibile un vero dialogo. Non si tratta solo di saper parlare, ma anzitutto di saper ascoltare. E, quando viene il momento, di saper comunicare le parole della speranza. Educare in questa prospettiva, non significa dare subito risposte, ma saper attendere che emergano le domande. È un atteggiamento interiore, prima ancora che un modo di comunicare. Le fonti francescane conservano un episodio che mostra con grande semplicità questa modalità di San Francesco nell’annuncio del Vangelo (dell’accoglienza dell’altro). Presso un eremo, sopra Borgo San Sepolcro, vivevano alcuni frati, mentre nei boschi vicini si nascondevano dei briganti che uscivano spesso a rapinare i passanti. Talvolta venivano all’eremo a chiedere il pane, ma i frati avevano smesso di darglielo a causa della loro aggressività.

Un giorno san Francesco, passando per quell’eremo, venne a conoscenza della situazione e propose ai frati qualcosa di inatteso: “Andate, procuratevi del buon pane e del buon vino (potremmo dire trattali bene), portateli a loro nei boschi dove sapete che si trovano e chiamateli gridando: “Fratelli briganti, venite da noi: siamo i frati e vi portiamo buon pane e buon vino!” (offriteli gesti e cose buone). Essi verranno subito da voi. Allora voi stenderete per terra una tovaglia, vi disporrete sopra il pane e il vino, e li servirete con umiltà e allegria, finché abbiano mangiato. Dopo il pasto, annunciate loro le parole del Signore (dite loro quanto importante sia che abbiamo cura di sé stessi e degli altri), e alla fine fate loro questa prima richiesta per amor di Dio (per amore delle persone): che vi promettano di non percuotere nessuno e di non fare del male ad alcuno nella persona. Poiché, se domandate tutte le cose in una volta sola, non vi daranno ascolto; invece, vinti dall’umiltà e carità che dimostrerete loro, ve lo prometteranno” (Compilazione di Assisi 115; FF 1669). I frati obbedirono. I briganti vennero, mangiarono, ascoltarono - e alla fine alcuni entrarono nell’Ordine, altri cambiarono vita, altri decisero almeno di non fare più violenza.

Far sperimentare accoglienza e fiducia - Questo episodio mostra qualcosa di molto concreto: non si può chiedere a qualcuno di cambiare vita prima di avergli fatto sperimentare accoglienza, rispetto e fiducia. Se si anticipano troppo le richieste, anche quelle moralmente corrette, i nostri inviti non riescono ad arrivare al cuore dell’altro. Prima bisogna creare lo spazio perché possa nascere il desiderio e la domanda di un cambiamento di vita. Solo allora ciò che si dice può essere davvero ascoltato”.