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di Marianna Filandri

La Stampa, 6 aprile 2023

I prezzi di ciò che mangiamo e beviamo sono aumentati. Nei primi tre mesi del 2023, secondo le stime dell’Istat, l’inflazione dei beni alimentari ha continuato a crescere. In pratica spendiamo di più per comprare frutta, verdura, uova e latte e anche prodotti come pasta, sughi, biscotti e in questo periodo uova e colombe di Pasqua.

Questo aumento riguarda tutti indistintamente, infatti la spesa per mangiare è imprescindibile. Una famiglia con poche risorse economiche pagherà di più per acquistare una colomba pasquale esattamente come una famiglia con molte risorse. Si può considerare che le famiglie povere che più spesso comprano al discount dovranno sostenere un aumento relativamente più contenuto rispetto alle famiglie più abbienti che comprano in negozi più piccoli o in pasticceria.

Quindi spendi di meno e subirai meno gli aumenti, spendi di più e li subirai di più? Non è affatto così. L’inflazione ha delle conseguenze negative sui bilanci di tutti, ma mina maggiormente il benessere di chi si trova in una situazione di maggiore svantaggio sociale. Come? In almeno tre modi.

Il primo riguarda il fatto che la spesa alimentare delle famiglie meno abbienti rappresenti una percentuale più rilevante dei consumi, in media circa il 19%. Sempre secondo i dati Istat, lo scorso anno a fronte di una spesa media di poco più di 2.440 euro, circa 470 euro sono stati spesi per cibi e bevande. La spesa delle famiglie cambia radicalmente per livello di reddito e il 10% più povero ha speso circa 1.000 euro. Certo chi ha meno risorse cercherà di fare economia e acquisterà solo i prodotti più convenienti o in offerta. Ma anche considerando un risparmio di un terzo dei 470 euro, troviamo che la spesa alimentare pesa quasi un terzo dei consumi totali, ossia una parte più ampia esposta all’inflazione.

Il secondo modo riguarda l’impossibilità di contrarre i consumi. Se infatti una famiglia in difficoltà economica può rinunciare alle vacanze, a comprare dei nuovi vestiti, ad andare al cinema, difficilmente potrà rinunciare a comprare cibo. I consumi alimentari infatti sono poco contraibili. Cosa significa? Significa che se una famiglia mangia circa 9 chili di pasta al mese, con l’aumento del prezzo della pasta, è inverosimile decida di mangiarne solo 8. In altri termini dovrà pagare di più per la stessa quantità di pasta. L’unica strategia che potrà adottare è quella di scegliere prodotti più convenienti. Questo è possibile? Sì, ma solo in parte, perché come detto le famiglie più povere tendenzialmente già scelgono i prodotti più economici. Quello che invece potranno fare con maggiore probabilità è rinunciare a una dieta bilanciata, scartando alcuni cibi particolarmente costosi.

Le conseguenze sulla salute di ciò che si mangia sono il terzo punto per cui l’aumento del prezzo degli alimentari svantaggia maggiormente le famiglie povere. Se le scelte alimentari vengono fatte in base al costo e alla convenienza e non alla salubrità e alla varietà si arriverà con più facilità ad avere una dieta non bilanciata. Le famiglie a basso reddito tendono ad avere diete molto caloriche di qualità dietetica bassa ma economiche.

L’inflazione sui prodotti alimentari, allora, non ha solo il probabile esito di un calo delle vendite di colombe e uova pasquali, ma anche quello di ampliare ulteriormente la distanza tra chi ha di più e chi ha di meno nel nostro paese. Distanza che non aveva affatto bisogno di essere allungata.