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di Fabrizia Giuliani

La Stampa, 28 ottobre 2025

La guerra, le battaglie che la scandiscono, non sono solo fatti, lontani o molto vicini: la guerra è una cultura. I suoi referenti non sono solo le città martoriate, i suoi strumenti non solo i Tomahawk o i carri armati; la sua minaccia non è solo l’invasione su larga scala o l’annientamento nucleare. La guerra può essere il nome di un Ministero, per venire alle più recenti decisioni governative statunitensi; un modo di pensare, agire, concepire l’uso della forza nella sfera pubblica per riportare ordine dentro e fuori i confini. La cultura della guerra, dunque, si afferma oltre l’impiego delle milizie, penetra credenze, convinzioni e piega a sé argomenti e parole.

Non si impone nella lingua ma sulla lingua: la guerra comincia dove finisce il lògos, direbbero i vecchi filosofi, ossia dove il confronto delle ragioni con le armi della parola, dove restano solo l’annientamento e la resa. Non è affare solo di slogan aggressivi, discorsi di odio, nuove parole, ma una deformazione progressiva di posture, abitudini, discussioni.

Bisogna partire da qui, purtroppo, per leggere quel che è accaduto al liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Genova e all’Einstein di Torino, ma nei mesi scorsi avevamo visto le stesse dinamiche a Roma e altrove. La vicenda del capoluogo ligure è emblematica: durante un’occupazione, un gruppo di giovani estranei alla scuola ha fatto un’irruzione violenta con mazze, bastoni e spranghe. Gli studenti hanno descritto il raid: estintori usati come armi, devastazione degli spazi - banchi e sedie distrutti - inni al duce e una svastica gigante sul muro.

Hanno chiamato la polizia e si sono barricati, lamentano il ritardo nell’intervento delle forze dell’ordine. Domenica hanno fatto appello pubblico alla città che ha risposto, sindaca Salis in testa: vogliono ricostruire la scuola che “è luogo da difendere e non da assaltare”. A Torino, ieri, un gruppo di giovani di destra - Gioventù Nazionale Gabriele D’Annunzio - si è presentata per volantinare fuori dal liceo per opporsi alla “cultura maranza”, il collettivo di sinistra si è opposto, cestinando il materiale. Tensione, spinte, intervento della polizia che ha portato via, in manette, un ragazzo del collettivo. Reazione degli studenti, che hanno circondato il blindato provando a ribaltarlo.

La guerra e la sua cultura, dicevamo. Un certo modo di pensare e gestire l’ordine pubblico, la protesta, il conflitto. Ma anche un certo modo di guardare alla scuola, che non è l’Università e bisognerebbe tenerlo a mente quando si interviene. Perché la stragrande maggioranza degli studenti delle scuole superiori rigetta una logica di violenza, difende il proprio spazio e si aspetta che le istituzioni la sostengano in questa azione, come hanno mostrato i ragazzi di Genova. Dovremmo guardare con attenzione allo sforzo che fanno, accogliere il dialogo, se vogliamo costruire un argine alla cultura della guerra spinta dallo spirito del tempo. Non è facile, sembra un vento inarrestabile che travolge ogni confine. Invece si può fare, se si ha rispetto per i luoghi della formazione, che non sono il covo dell’antagonismo e dell’estremismo, come a volte sembra affermare il governo, ma il terreno dove nasce il vaccino.