di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 1 giugno 2019
Ancora una volta occorre occuparsi di corruzione nella magistratura. Che i fatti che vengono riportati siano proprio come appaiono e che tutti costituiscano reato e non generico malcostume, si vedrà più in là. Lo diranno i giudici di Perugia. Ma questa volta non si tratta del caso, drammatico ma semplice, della corruzione di un magistrato, di cui si occupa la magistratura penale nella sua ordinaria competenza.
La corruzione, non della magistratura italiana per fortuna, ma nella magistratura, impone però una riflessione che la magistratura stessa non dovrebbe evitare, limitandosi a sottolineare soddisfatta che essa applica la legge penale anche entro se stessa. Ciò che è vero, ma non chiude il discorso. Un'indagine e la condanna penale di un magistrato non bastano a sanare la ferita inferta alla credibilità della magistratura nel suo complesso, specialmente nei tempi in cui è diffusa l'opinione che tutto sia corrotto e tutti in questo siano eguali.
L'esposizione alle occasioni di corruzione - il più delle volte, ma non sempre, respinte - cresce con la rivendicazione da parte di molti magistrati del diritto di vivere da persona tra le persone, da privato tra i privati, come tutti, senza limiti particolari. Pretesa più che discutibile e messa in pratica con stili di vita che hanno molte implicazioni. A partire dalla percezione di ciò che è normalmente lecito o innocuo, ma è inopportuno o addirittura illecito per il magistrato.
E rende arduo, dall'esterno, valutare il senso di certi comportamenti, di certe frequentazioni e di certi rapporti confidenziali. Rende poi difficilissimi sia la vigilanza dei capi degli uffici giudiziari, spesso burocratica e formalistica, sia il "controllo sociale" che non usa sanzioni in senso stretto e tuttavia è essenziale in ambienti professionali come quello dei magistrati e degli avvocati.
Segnali di condotte rischiose per un magistrato possono essere lasciati senza reazione vuoi richiamando - strumentalmente e per quieto vivere - la presunzione di innocenza (che spesso non c'entra niente), vuoi per rispetto della vita privata, anche quando, senza cautele, essa mescola magistrati ad ambienti da cui dovrebbero tenersi lontani. Tutto ciò riguarda la condotta di singoli magistrati. Ma oggi è in discussione il luogo in cui la Costituzione concentra la gestione della magistratura, nella sua disciplina e nelle nomine ai vari incarichi.
Si tratta infatti del Csm, ove addirittura si sarebbe tentato di strumentalizzare una procedura disciplinare per colpire un avversario in un traffico di potere relativo a nomine importanti e si starebbe ora maneggiando, contrattato, scambiato voti ed altro ancora in una serie di nomine tra le quali, principalmente, quella del procuratore della Repubblica di Roma. Su questo aspetto bisognerà naturalmente distinguere tra quello che è il normale confronto di posizioni dentro e fuori il Csm, da ciò che segnala un vero inquinamento prodotto dalla lottizzazione, già denunciata, anni orsono, dal Presidente Napolitano.
Egli contrastò i ritardi del Csm nelle nomine, funzionali alla formazione di "pacchetti" di posti da ricoprire e alla possibilità di contrattazioni tra i gruppi. Nella contrattazione - uno a te e uno a me, e un altro prenotato per il terzo - è probabile che il criterio del merito dei singoli candidati non sia decisivo, ma prevalga quello dell'appartenenza correntizia, o delle amicizie più meno lecite, interne e esterne alla magistratura, di cui i componenti del Csm, magistrati o di nomina politica, possono diventare agenti. Fenomeno questo grave, ma non contrastabile col richiamo al principio del merito dei candidati. Perché merito è una bella parola, ma il suo significato in concreto è difficile e certamente non è solo tecnico professionale.
Certi posti direttivi - forse tutti i posti direttivi - assegnano al magistrato titolare poteri tutt'altro che neutri. E dunque rileva la concezione del ruolo della magistratura nella società e rispetto agli altri poteri dello Stato. Si è nel campo della politica e delle affinità di tal tipo. È sbagliato scandalizzarsene e far finta di credere all'ottocentesca figura del magistrato asettica bocca della legge.
Se a ciò si aggiunge che, nei loro fascicoli personali, la descrizione del profilo professionale dei diversi candidati è insufficiente e inaffidabile, poiché quasi tutti risultano eccellenti, si comprende come le motivazioni che sorreggono le nomine siano spesso prolisse, ma apodittiche. E nascondano i veri motivi della scelta. Che fare? Da parte politica si userà anche questo episodio per mettere ulteriormente le mani nella e sulla magistratura. Da che pulpito! vien da dire. E anche per questo i protagonisti della vicenda di questi giorni sono imperdonabili.









