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recensione di Francesco D'Errico*


Il Dubbio, 26 agosto 2020

 

"Il potere dei più buoni e altre sconvenienze", edito dalla casa editrice Mimesis, con presentazione a cura di Gaetano Insolera e prefazione di Alessandro Barbano, è l'ultima fatica di Lorenzo Zilletti, avvocato penalista presso il Foro di Firenze e responsabile del Centro Studi Aldo Marongiu dell'Unione Camere Penali.

Si tratta di un libello contenuto nelle dimensioni ma ricco di inventiva e di invettiva, la cui scrittura appassionata e abrasiva e lo stile cinico e lucidamente disincantato, gli consentono di rientrare a pieno titolo nel genere del pamphlet, almeno per come lo avrebbero inteso nella Francia del XVIII secolo, unendo impegno civile e ironia.

Sullo sfondo il (mal) funzionamento del sistema penale, in particolare delle sue vicende processuali, caratterizzato da quel grottesco "rovescio comico della terribilità" che accompagna il lettore dall'inizio alla fine della lettura.

Dall'abuso sistematico delle intercettazioni telefoniche (e non) che spesso sconfina nella diffusione di materiale penalmente irrilevante sui media nazionali - fenomeno così ben descritto ricorrendo all'espediente narrativo di "dieci conversazioni che vorrebbero restare riservate" e raccontando l'episodio di un praticante inesperto convinto in buona fede che un pm non possa mai violare nella prassi la sacralità del segreto istruttorio - passando per una tragicomica riproposizione in salsa italiana del processo a Dominique Strauss-Kahn, in cui l'avvocato fiorentino ha immaginato come sarebbe andata a finire se avessero processato l'ex ministro dell'Economia francese nella penisola invece che oltreoceano. L'ironia, come già detto, non manca e d'altra parte il principio di legalità penale e processuale è definito, nel suo irresistibile "vocabolario semiserio" - a cui è dedicata una sezione della seconda parte -, come "materia di studio nei corsi di laurea in archeologia".

Non a caso è proprio a questo principio che Zilletti dedica tutta la parte finale del suo pamphlet, o meglio, ne celebra l'amaro funerale. Non solo a causa di un legislatore sempre più sciatto, incapace e schiavo del populismo penale, ma anche e soprattutto per via di chi applica, o dovrebbe applicare, le leggi: il giudice. Per l'autore l'organo giudicante è ormai divenuto un "burocrate creativo" che, abbandonata la sua naturale funzione di arbitro, e quindi di decisore terzo ed imparziale, ha deciso di sfidare il principio di legalità creando nuove norme, aggirandosi "disinvolto nel labirintico sistema multilivello delle fonti fabbricando la regola secondo le proprie preferenze politiche e culturali".

D'altronde il titolo è eloquente, non c'è spazio per le illusioni: non esistono poteri buoni. Lo disse anche De André che "certo bisogna farne di strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni" e lo ha scritto, seppur diversamente, anche Elias Canetti - studioso più volte citato da Zilletti, insieme ai suoi maestri Italo Mereu e Massimo Nobili, cui dedica diverse pagine all'inizio dell'opera: "solo apparentemente il giudice sta nel mezzo, sul confine che separa il bene dal male. In ogni caso, egli si annovera tra i buoni". Da non perdere.

 

*Presidente Associazione Extrema Ratio