di Roberto Mania
La Repubblica, 11 luglio 2021
I licenziamenti specchio di un capitalismo malato. Questo è un capitalismo malato. È malato di egoismi, di finanza, di ipocrisia: dà smaccatamente sempre più ai ricchi e toglie senza remore ai poveri, vecchi e nuovi. La sua malattia sta corrodendo dovunque le regioni della convivenza solidale tra le persone. Le lunghe catene della produzione del valore hanno sradicato le fabbriche dai territori, svalorizzato il lavoro, resi apolidi gli imprenditori, quando al loro posto non è arrivato l'algoritmo a comandare o la sola legge della remunerazione del capitale che guida l'azione dei fondi finanziari e non di rado anche quella dei gruppi multinazionali. La pandemia globale ha tolto la maschera a un modello di sviluppo (globale) sbagliato che ha moltiplicato le diseguaglianze nonostante abbia sottratto dalla povertà oltre un miliardo di persone, generato il rancore dei troppi esclusi, portato al potere i populisti in molte regioni del mondo, sconquassato l'ambiente (di tutti). Un po' alla volta ha travolto l'economia reale del globo, non solo quella delle sue periferie.
Risale all'inizio di maggio la morte della giovane operaia di Prato Luana D'Orazio rimasta intrappolata nell'orditoio probabilmente manomesso perché potesse funzionare più velocemente, violando le norme sulla sicurezza sul lavoro anche per competere con i bassi costi di produzione delle periferie del mondo. Perché c'è sempre una periferia più periferia che minaccia la sopravvivenza della tua produzione nel sistema dell'approvvigionamento globale. Nel mercato (pure in quello dove opera il "capitalismo politico" cinese, sia ben chiaro) c'è sempre qualcuno che si offre a costi inferiori, tanto più dopo la recessione globale generata dal Covid-19. L'Etiopia, per esempio, rispetto a Rupganj nel distretto industriale di Narayanganj, alla periferia di Dacca, capitale del Bangladesh, dove giovedì scorso è scoppiato un terribile incendio in una fabbrica di succhi di frutta destinati ad essere esportati anche nei ricchi Stati Uniti d'America. Più di 50 operai sono morti, rimasti intrappolati nello stabilimento perché la porta di ingresso era chiusa dall'interno impedendo ai soccorritori di intervenire. Anche lì una violazione della legge locale che le autorità avevano inasprito dopo una serie di tragedie consumate proprio in quelle fabbriche che producono con i loghi globali, per gli scaffali dei consumatori globali. Gli industriali bengalesi si sono lamentati perché stanno cominciando a sentire il fiato sul collo della tigre africana di Addis Abeba. Periferie contro periferie, appunto.
Ma - l'abbiamo visto - c'è anche il nord del mondo. Quello dove ci sono le grandi fabbriche, le tutele sindacali, il welfare protettivo e risarcitorio, i diritti, un tempo l'area nobile della civiltà del lavoro. Un tempo. Venerdì scorso sulla posta certificata dei 422 operai della Gkn Driveline di Campi Bisenzio (periferia sì, ma di Firenze) è arrivata la lettera di licenziamento. Punto. Mittente il gruppo britannico Melrose che controlla la fabbrica di componenti per auto. Più o meno nello stesso modo si era "liberato", qualche anno fa, di 185 operai di Birmingham. Dev'essere lo stile della casa, da Padrone delle ferriere, il titolo del romanzo di Georges Ohnet, che però lo pubblicò nel 1882. Anche i 152 lavoratori della brianzola Gianetti, controllata da un fondo tedesco, sono stati licenziati con un messaggio via WhatsApp.
La globalizzazione con la sua inedita distribuzione e frammentazione del lavoro ci ha davvero riportati indietro, ma bisogna cominciare a fermare questa slavina. Il mercato ha le sue regole, ma non sono le uniche. Se il cosiddetto "avviso comune" firmato a Palazzo Chigi dal governo e le parti sociali non è sufficiente a fermare i "padroni delle ferriere" lo si cambi, lo si rafforzi, lo si adatti. Quello che sta accadendo riguarda tutti noi. Papa Francesco l'ha scritto con la sua efficace semplicità: "Per molto tempo abbiamo pensato di poter restare sani in un mondo malato. Ma la crisi ci ha fatto accorgere di quanto sia importante operare perché ci sia un mondo sano".











