di Javier Cercas
La Repubblica, 27 giugno 2021
Dall'Inferno di Dante a Sartre, da Adolf Eichmann a Ingmar Bergman. Il grande scrittore ragiona su delitto, castigo e senso di colpa. È impossibile pensare a Dante senza pensare al problema del Male; inversamente, è impossibile pensare al problema del Male senza pensare a Dante, almeno senza pensare alla Divina Commedia, almeno senza pensare all'Inferno, che può e forse deve essere letto come una vasta meditazione sul Male, come un'intricata e visionaria enciclopedia metaforica delle diverse forme in cui il Male si incarna negli esseri umani. Tuttavia, cos'è davvero il Male, o ciò che chiamiamo il Male oggi, settecento anni dopo la morte di Dante? E qual è il rapporto che il Male intrattiene oggi con la letteratura, o con l'arte in generale?
Non credo che nemmeno a Roma, così vicino al Vaticano, ci sia bisogno di evocare Lucifero per definire ciò che è il Male; e non è più alla nostra portata immaginarlo come fa Dante alla fine dell'Inferno, al centro stesso della Terra, nel punto più lontano da Dio, sprofondato tra il ghiaccio e le ombre, come una creatura orripilante dotata di sei smisurate ali di pipistrello e di tre teste con le fauci che divorano tre peccatori famosi, tre malvagi senza remissione: Giuda, che tradì Cristo, e Bruto e Cassio, che tradirono Cesare.
No, per noi, per la nostra povera immaginazione senza Dio né Diavolo, senza Inferno né Purgatorio né Paradiso, il Male è qualcosa di più pedestre, di più comune, qualcosa che fa parte del dramma più intimo e quotidiano degli esseri umani, che è il dramma della libertà: il Male è, semplicemente, il prezzo della libertà. Non siamo liberi di non essere liberi, scrisse in una frase famosa Jean-Paul Sartre. Il che significa che, perfino quando non scegliamo, scegliamo; significa pure che possiamo scegliere il bene, ma possiamo anche scegliere il male.
Georges Bataille, che tante volte polemizzò con Sartre, andò ancora più in là: non soltanto il male è sempre alla nostra portata e siamo sempre liberi di sceglierlo; il male abita dentro ogni essere umano, fa parte di noi. "La parte maledetta", chiamò quella zona dell'essere umano Bataille, che nel 1929 scrisse: "C'è in ogni uomo un animale rinchiuso in una prigione come un forzato e c'è una porta, e se si socchiude quella porta l'animale si getta al di fuori come il forzato che cerca l'uscita; allora provvisoriamente l'uomo cade morto e la bestia si comporta da bestia".
Questa assidua familiarità con il male spiega il fatto che, nel 1963, a proposito del processo a Eichmann a Gerusalemme, con un'espressione non meno famosa, Hannah Arendt parlasse della Banalità del male. Ciò che Arendt voleva dire in quel libro che tanto scandalo suscitò all'epoca non è, tuttavia, che il male sia banale; ciò che voleva dire è che coloro che commettono il male sono spesso persone banali, a cominciare da Adolf Eichmann, il protagonista del suo libro, uno dei più grandi criminali della storia dell'umanità, architetto della cosiddetta Soluzione Finale, un uomo insignificante che, a quanto conclude la stessa Arendt, "non era un mostro, ma era davvero difficile sospettare che fosse un pagliaccio".
Detto ciò, la domanda quasi si impone: perché il male continua ad affascinarci, sia nella realtà sia nella finzione? Com'è possibile che, soprattutto nella finzione, ci sentiamo più attratti dai criminali che dalle brave persone? Sarà vero che, come diceva André Gide, non si può fare buona letteratura con i buoni sentimenti o, come diceva il grande poeta catalano Gabriel Ferrater, è impossibile parlare della felicità senza fare una faccia da idiota? Fatto sta che il Riccardo III di Shakespeare è forse la più grande canaglia della letteratura universale, ma ci sono passaggi di quella tragedia crudele in cui ci si sorprende a mettersi dalla sua parte, a solidarizzare con quella belva spaventosa, così come in Delitto e Castigo si solidarizza con lo studente Raskol'nikov nonostante si sappia che ha ucciso Aliona Ivanovna, una vecchia e repellente usuraia.
Ma torniamo per un momento alla realtà; torniamo, anche, ad Adolf Eichmann. Poco tempo fa ho visto un documentario sul suo processo a Gerusalemme, quello su cui Hannah Arendt scrisse il suo libro. Si intitola Uno specialista, è opera di Rony Brauman ed Eyal Sivan ed è stato realizzato con le immagini riprese da Leo Hurwitz durante il processo. Verso la fine del dibattimento il pubblico ministero chiede a Eichmann se si sente colpevole dell'assassinio di milioni di ebrei. "Dal punto di vista umano, sì" risponde Eichmann. "Perché sono colpevole di avere organizzato le deportazioni." Poi aggiunge: "Però i rimorsi sono inutili, non faranno resuscitare i morti. I rimorsi non hanno nessun senso. I rimorsi vanno bene per i bambini. Ciò che importa è trovare il modo di evitare questi avvenimenti nel futuro". Quando ho sentito Eichmann pronunciare queste parole ho avuto un soprassalto: soltanto pochi giorni prima avevo sentito dire qualcosa di simile da Ingmar Bergman, il grande cineasta svedese.
Era successo sempre in un documentario, stavolta intitolato L'isola di Bergman, opera di Marie Nyveröd. Lì, un Bergman crepuscolare parla a rotta di collo di tutto o di quasi tutto, e a un certo punto l'intervistatrice menziona i nove figli avuti nei suoi diversi matrimoni, e gli domanda: "Non hai rimorsi per averli abbandonati?". Bergman risponde quasi senza pensarci, come se avesse riflettuto spesso sulla faccenda. "Li avevo" riconosce.
"Avevo dei rimorsi; fino a quando ho scoperto che avere dei rimorsi per una cosa così seria come abbandonare i tuoi figli è puro teatro, è un modo di vivere con una sofferenza che non è paragonabile alla sofferenza che hai causato".
Queste parole di Bergman mi hanno commosso quando le ho ascoltate. Ho ricordato Spinoza, il quale afferma che il rimorso è uno dei due peggiori nemici del genere umano (l'altro, secondo lui, è l'odio), una passione ripugnante e triste che alla lunga ci distrugge, e mi sono detto che quella di Bergman era la risposta di un uomo libero, coraggioso e onesto, che conosce gli esseri umani e sa che è indegno aggiungere al peccato di aver commesso un errore il peccato di soffrire per averlo commesso... Però adesso, ascoltando anche Eichmann esprimere il suo rifiuto del rimorso per il male causato ad altri, mi sono chiesto: com'è possibile non provare dispiacere per aver provocato la morte di milioni di persone?
Salvaguardando per un momento l'enorme distanza tra l'errore di Bergman e quello di Eichmann, mi sono chiesto se il loro comune rifiuto del pentimento unisse in qualche modo il genio del bene e il genio del male, e mi sono chiesto in che modo lo facesse. Mi sono chiesto: può esistere qualche vincolo rilevante tra la visione del mondo di un uomo che si è dedicato a creare e quella di un altro che si è dedicato a distruggere, quella di un uomo che ha illuminato il mondo e ha lasciato dietro di sé una scia di bellezza e di irresolubili complessità e quella di un altro che ha oscurato il mondo e che ha lasciato al suo passaggio una scia di semplicità letale e di inconcepibile distruzione? E mi sono anche chiesto: uno stesso precetto etico può essere onesto e coraggioso sulle labbra di una persona e abietto e codardo sulle labbra di un'altra?
La risposta a questi perturbanti interrogativi è arrivata subito, nello stesso documentario su Eichmann, quando, poco dopo avere accettato di essere colpevole dello sterminio degli ebrei, l'ex gerarca nazista l'ha negato, recuperando la sua linea di difesa essenziale durante tutto il processo: considerava l'accaduto con gli ebrei un fatto mostruoso, ma lui aveva potuto soltanto agire come aveva agito, perché era soltanto un tecnico ed era obbligato dal suo giuramento di obbedienza a fare ciò che aveva fatto; pertanto, dentro di sé si sentiva "libero da ogni responsabilità".
La prima differenza tra Bergman e Eichmann sta, ovviamente, nella dimensione dei loro errori; neanche la seconda è banale: Bergman accetta del tutto la propria responsabilità; Eichmann, soltanto in apparenza: in realtà la rifiuta. Accettare il dramma della libertà assumendo la responsabilità del male commesso, essendone consapevole, costituisce forse il primo passo per poterlo combattere: nonostante il male da lui commesso sia infinitamente minore di quello di Eichmann, Bergman lo fa; Eichmann, invece, no. Pascal osservò che esistono soltanto due tipi di uomini: gli uni, giusti che si credono peccatori; gli altri, peccatori che si credono giusti. Bergman forse era un peccatore, ma non si credeva un giusto. Questa è forse una condizione indispensabile per essere un giusto.











