di Elena Stancanelli
La Stampa, 11 settembre 2022
Le cellule chimera. Il monologo più citato del festival di Venezia è l’arringa finale dell’avvocata che difende la giovane madre che ha ucciso la figlia. Una storia vera dalla quale la regista Alice Diop ha trattato un film di impressionante vigore e precisione intitolato “Saint Omer”. Vincitore del premio opera prima e anche del premio speciale della Giuria, scritto insieme a Marie NDaye - autrice eccezionale ma poco nota in Italia sebbene tradotta, vincitrice del premio Goncourt nel 2009 col romanzo “Tre donne forti” (Giunti) - mette in scena il dolore e la violenza delle emozioni trasmesse per linea materna, nella cultura africana, della quale è originaria la protagonista e anche la regista, ma anche nella nostra. Tenere il filo della lunga catena che ci lega alle nostre antenate è complicato, noi che siamo corse tanto avanti rispetto a loro. Chimere, dicevamo: mostri. Ogni donna è un mostro, dice l’avvocata, perché è capace di albergare nel suo corpo cellule che ospitano un doppio Dna: quello della madre e quello dell’embrione, persino quando la gravidanza è stata interrotta.
Di chimere e altri mostri è stato affollato questo festival, uomini e donne esiliati a vario titolo, le cui vicende sono adesso accolte e raccontate. A partire da Aldo Braibanti, interpretato da Luigi Lo Cascio nel film di Gianni Amelio, la cui relazione amorosa con un ragazzo divenne oggetto di un processo, per lui, e una lunga e straziante detenzione in un ospedale psichiatrico per il giovane, Giovanni Sanfratello. Monica invece, nel film omonimo di Andrea Pallaoro, è una donna transessuale, interpretata da Trace Lysette, bellissima e brava, prima attrice transessuale con un ruolo da protagonista in un festival internazionale. Mostri e innamorati i due protagonisti del film di Luca Guadagnino (Premio migliore regia, Leone d’argento), emarginati, vittime di famiglie disastrose, super queer e incidentalmente cannibali. Chimerica nel film di Emanuele Crialese, “L’immensità”, l’identità sessuale di una bambina che sente di essere un maschio, dentro una famiglia nella quale i ruoli sessuali sono invece di grottesca fissità: un padre femminaro e violento, una madre che cinguetta la sua voglia di leggerezza portando in giro una bellezza immensa. E poi ci sono le guerre, coi morti. Cinquecentomila circa si dice, le vittime della crisi degli oppioidi scatenata negli Stati Uniti da un farmaco, l’Oxycontin, prodotto dalla Purdue Pharma, l’azienda farmaceutica di proprietà della famiglia Sackler.
“All the Beauty and the Bloodshed”, il film di Laura Poitras, unico documentario in concorso e vincitore a sorpresa del Leone d’oro, segue la battaglia della fotografa Nan Goldin per vanificare il tentativo dei Sackler di ripulire la loro immagine come mecenati dell’arte. Epitome dell’intero festival e simbolo per eccellenza della lotta per i diritti negati vince il Gran premio della giuria “No Bears”, il film del regista iraniano Jafar Panahi, perseguitato dal regime e attualmente in carcere. E la sua sedia vuota nella conferenza stampa è l’incubo che incombe sulle nostre teste. L’orrore delle dittature che limitano le libertà fino a trasformare le idee in reati e combattere, imprigionare e uccidere ogni forma di dissidenza. Nell’anno dell’attentato a Salman Rushdie che avremmo immaginato/sperato non sarebbe più avvenuto, al festival di Venezia vincono uomini e donne che si oppongono a tutte le limitazioni delle nostre libertà, anche a costo della propria. La guerra, la pandemia, le crisi climatiche ci hanno tolto speranza ma forse ci hanno regalato un po’ di coraggio. Servono storie di persone coraggiose e questo festival ce ne ha regalate parecchie.










