di Gabriele Segre
La Stampa, 25 novembre 2025
Lo abbiamo pronunciato un milione di volte anche noi: “Yes, we can”. Quasi un incantesimo collettivo. Quella notte a Chicago, Obama sul palco e milioni di persone convinte che la storia avesse imboccato la direzione migliore. Il primo presidente nero, simbolo della fiducia in una democrazia solida e della promessa di una società più giusta. Il futuro sembrava prendere forma in tre parole che racchiudevano la speranza di un mondo diverso: è davvero possibile.
Kyiv, giorni nostri. Un accordo di pace che somiglia più a una resa, in un mondo dove i confini liquidi scorrono come carte di un enorme Risiko in movimento. I “giocatori della storia” - quelli con le bombe, i chip, i gasdotti - ridisegnano il pianeta a turno. Gli altri si adeguano. Noi, attoniti, senza un ruolo, osserviamo un destino che ci viene imposto, quasi senza avere nemmeno più la forza di commentarlo. Quelle stesse parole di speranza si trasformano di colpo in una cupa domanda: è davvero possibile?
Da queste due fotografie e da quel punto interrogativo passa tutta la distanza che separa il mondo di allora da quello di oggi. Ancor più della rabbia, ancor prima della paura, il sentimento che oggi dilaga è l’incredulità. Avevamo pensato che alcune conquiste fossero irreversibili, fondamenta solide di un mondo ordinato. Ora invece assistiamo a eventi che si impongono con una naturalezza sconcertante, come se qualcuno avesse cambiato le regole del gioco proprio mentre ci apprestavamo a tirare i dadi - e noi, distratti da tutt’altro, non ce ne fossimo nemmeno accorti.
Ogni giorno che passa quegli eventi diventano la nuova norma. Tutto diventa possibile: che una guerra nel cuore d’Europa si chiuda sopra le nostre teste; che un Paese alleato venga trattato come una pedina negoziabile; che il conto finale della guerra ricada su chi è rimasto ai margini - noi. Se solo l’Ucraina fosse una tragica eccezione. O lo fosse Gaza. O Trump. O Elon Musk. Non è così. Ogni fronte ci manda lo stesso messaggio: ciò che fino a ieri ci sembrava un’eventualità impensabile non solo accade, ma si ripete, si moltiplica e si impone. La forza torna a dettare l’agenda, trascinando con sé interessi immediati e mutevoli, spesso contraddittori, che cambiano direzione al primo soffio di vento geopolitico. QE noi, che avevamo costruito la nostra identità sull’idea di una storia orientata verso stabilità e cooperazione, siamo presi in controtempo, come se il ritmo del mondo si fosse rivoltato e non ce ne fossimo accorti.
L’incredulità si insinua ovunque. Non si può davvero accettare che le democrazie si stiano sfilacciando un po’ alla volta o, peggio, che si strappino di netto. Intanto la Cina osserva sorniona, senza mai alzare la voce, tessendo il suo mahjong geopolitico con una calma che disarma più di qualsiasi minaccia, e di cui noi non riusciamo a comprendere nemmeno la metà delle mosse. I mercati oscillano come sismografi impazziti, la tecnologia accelera con un’arroganza imprevista, e nelle fiere della difesa compaiono prototipi di soldati umanoidi che sembrano usciti dal set di Terminator. In questo paesaggio confuso, ogni segnale pare un allarme, ogni piccola crepa l’anticipo di un cambiamento più grande che ancora non sappiamo nominare. Non c’è più alcun dubbio: ormai tutto è davvero possibile.
Rispetto al recente passato - dominato dalla convinzione che tutto sarebbe andato comunque per il verso giusto, o dalla comoda indifferenza verso ciò che non funzionava - l’incredulità è già un passo avanti. Significa che finalmente ci siamo accorti che la realtà ha preso una direzione diversa da quella che avevamo pensato. È però solo metà del lavoro. La parte che ci attende è capire come rimpiazzare le certezze che sono venute a mancare. Per anni abbiamo oscillato tra i due estremi, ma è chiaro che si tratta di prospettive insufficienti: sono ritratti impeccabili dei nostri stati d’animo, ma non offrono alcun orientamento e non indicano nessuna direzione da imboccare.
Oggi serve una nuova idea del possibile. Più sobria e più concreta, che sappia stare nel mondo così com’è, senza illusioni e senza rassegnazione: per cominciare basterebbe che l’Europa, se proprio non riesce a parlare, almeno balbettasse a una voce sola; che mentre discutiamo di fine della democrazia e collasso del multilateralismo si lavorasse davvero alla ricostruzione di filiere strategiche capaci di liberarci da dipendenze che ci espongono a ogni ricatto; che accanto ai regolamenti etici e ai dibattiti filosofici sul futuro dell’Ai si investisse seriamente in competenze, ricerca, innovazione. Piccoli traguardi, certo, ma reali: spazi da riaprire invece che da immaginare ogni volta da capo. Perché per uscire dall’incredulità c’è un solo modo: definire ciò che possiamo ancora fare e farlo. È così che il possibile torna a essere davvero reale.










