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di Stefano Pontecorvo

La Repubblica, 30 maggio 2022

Il gruppo terroristico può contare su un suo esponente, Sirajuddin Haqqani, come ministro dell’Interno. Un fatto che mette in allarme i servizi di sicurezza nel mondo. La notizia è di quelle che fanno drizzare i capelli e le orecchie in giro per il mondo.

Il gruppo terroristico Al Qaeda può contare, per la prima volta nella sua storia, su un suo esponente quale ministro di un governo al potere in uno Stato che è parte integrante della comunità internazionale. Trattasi di Sirajuddin Haqqani, ministro dell’Interno dell’emirato islamico afghano, capo dell’omonimo gruppo che fa parte dei talebani e contemporaneamente, secondo l’Onu, l’intelligence americana e quella britannica, membro di Al Qaeda.

La madre di Sirajuddin è un’araba e proviene da una delle famiglie che seguirono Osama Bin Laden quando quest’ultimo si stabilì in Afghanistan. Pare che essa fosse anche imparentata con Osama ma la notizia non è certa. Già un rapporto Onu del giugno dell’anno scorso aveva definito Sirajuddin come “membro della più ampia dirigenza di Al Qaeda, ma non della sua leadership ristretta”. Da allora, grazie ad evidenze ed elementi supplementari la valutazione è cambiata, facendo capire che Sirajuddin è tutt’altro che un comprimario tra i qaedisti bensì membro effettivo dei suoi vertici.

Egli ha vissuto nell’ombra fino a quando ha potuto; la sua prima fotografia confermata risale al 6 marzo di quest’anno, scattata durante una cerimonia presso l’accademia di polizia di Kabul. Il legame tra gli Haqqani ed Al Qaeda, rafforzati dai circa trecento matrimoni contratti tra famiglie degli Haqqani e di Al Qaeda non è mai stato un mistero, anche se la leadership talebana e gli Haqqani stessi lo hanno sempre negato (anche direttamente a chi scrive in occasione di un incontro). La commistione tra i due gruppi è stata comunque provata persino sul campo di battaglia, in cui talebani e qaedisti sono stati visti combattere assieme e, in alcuni casi, sono stati uccisi fianco a fianco.

Che Al Qaeda, con la vittoria dei talebani nello scorso agosto, goda di una libertà di manovra assai superiore rispetto al passato è testimoniato dalle numerose apparizioni pubbliche in Afghanistan di noti esponenti dell’organizzazione terroristica i quali agiscono indisturbati nel Paese, nonché dal moltiplicarsi delle esternazioni, tra cui ben otto messaggi video, del capo di Al Qaeda ed ex vice dello stesso Osama, Ayman al Zawahiri, riemerso dopo anni passati a nascondersi.

Il fatto che un dirigente di Al Qaeda abbia in mano un ministero chiave afghano, che controlla il territorio e le frontiere oltreché servizi fondamentali quali l’intelligence ed il rilascio dei passaporti, è di per sé inquietante e, assieme alla libertà di movimento della quale gode Al Qaeda, mette in allarme i servizi di sicurezza nel mondo.

I vicini si sono già mossi, convocando nella capitale tagika di Dushanbe una due giorni alla quale hanno partecipato i Consiglieri per la Sicurezza nazionale di Russia, Cina, India, Iran, Kazakistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan e Tagikistan dedicata alla deteriorata situazione di sicurezza in Afghanistan discussa con accenti di grande tensione. Il problema essendo che la dirigenza di Kabul e Kandahar è di fatto impotente di fronte allo strapotere interno degli Haqqani, anche se essa è ben consapevole dei pericoli di isolamento internazionale nel dare mano troppo libera ad Al Qaeda, specie in un momento nel quale Isis-K sta rafforzando forze e capacità di azione, come dimostrato dagli oltre dieci attacchi e decine di morti causati solo nell’ultimo mese.

L’Afghanistan rischia di trasformarsi nei prossimi mesi in un terreno di scontro, se non in una polveriera, con i talebani impreparati alle sfide. Non è certo per capriccio bensì per necessità che i cinesi si sono appropriati, agendo con prudente silenzio, di una parte della ex base americana di Bagram nella quale conducono corsi di addestramento per le unità talebane chiamate a contrastare Isis.

Ai guai dei talebani si aggiunge anche il Fronte nazionale della resistenza di Ahmad Massoud che ha compiuto nelle settimane scorse una efficace azione dimostrativa nel suo feudo storico della valle del Panshir causando centinaia di vittime tra i talebani, che sono stati costretti ad inviare circa cinquemila combattenti per riprendersi il territorio perduto.

Su questo sfondo lo scenario peggiore possibile, che non si può escludere, è una cooperazione sempre più aperta e concreta di Al Qaeda con i talebani a contrasto sia di Isis che del Fronte di Massoud, che darebbe all’organizzazione terroristica spazi di manovra più ampi all’interno e all’esterno dell’Afghanistan. Come ho già espresso in passato non sono solo le restrizioni e le angherie perpetrate contro le donne afghane, fatti gravissimi da contrastare in ogni modo possibile, che ci devono far preoccupare. Un terrorista come ministro dell’Interno pone oggi la questione afghana sotto una luce ben diversa.