sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Barbara Poggio* 

Corriere dell’Alto Adige, 27 ottobre 2026

Ci sono diversi modi per occuparsi dei giovani. Ascoltare ciò che hanno da dire, ad esempio. Oppure aspettare che diventino un problema di ordine pubblico. I giovani piacciono quando spalano il fango, fanno volontariato o ottengono risultati eccellenti. Meno quando contestano le scelte degli adulti. Li celebriamo come una promessa o li descriviamo come una minaccia. Più raramente li riconosciamo come interlocutori. In Francia, nelle scorse settimane, migliaia di liceali hanno protestato per la carenza di insegnanti, le classi sovraffollate, le condizioni degli edifici e l’accesso all’università. Anche in Italia il 16 ottobre migliaia di studenti sono scesi in piazza per chiedere più fondi per le scuole e edifici migliori. I successivi disordini di Milano e di altre città, con negozi saccheggiati e molti minorenni coinvolti, hanno però fatto molta più notizia.

Sono fenomeni distinti, anche se entrambi interrogano il rapporto tra adulti e nuove generazioni. Manifestare e devastare una vetrina non sono la stessa cosa.

Ma le persone sono più complesse delle categorie in cui le collochiamo. Ridurre i giovani a un problema di ordine pubblico ci risparmia la fatica di ascoltarli e di mettere in discussione le nostre scelte. Ferma la condanna delle violenze, le logiche di intervento possono essere diverse. Il governo ha scelto la repressione, in linea con l’orientamento seguito dal suo insediamento.

La premier ha annunciato nuove misure per inasprire le pene sui minori e il ministro della Giustizia ha proposto di ampliare le carceri minorili, valutando anche spazi negli istituti per adulti. Si prospettano così fondi pubblici per nuove carceri mentre il sostegno fiscale al Fondo contro la povertà educativa scende da 45 a tre milioni annui. In un paese che destina all’istruzione solo l’8% della spesa pubblica, contro il 9,7% europeo.

E dove i minori sono la fascia più esposta alla povertà assoluta. Le misure punitive si prestano ad annunci immediati e favoriscono il consenso facendo leva sull’insicurezza. L’educazione invece richiede tempo e continuità. Il consenso, però, non misura l’efficacia di una politica. Per un adolescente il carcere può consolidare l’esclusione e i legami con ambienti criminali, anziché favorirne il reinserimento.

Il sovraffollamento e le difficoltà dei percorsi educativi, denunciati nell’ultimo rapporto di Antigone, mettono in discussione l’efficacia del ricorso al carcere per questi fenomeni di violenza. Perché i ragazzi possano cambiare strada, servono risposte e opportunità concrete. Garantirle è una responsabilità degli adulti e delle istituzioni. Che idea di futuro offre una politica che sceglie di sacrificare la scuola, ma studia come ampliare le carceri? Una società rivela quanto crede nei giovani anche da ciò che è disposta a costruire per loro prima di decidere dove rinchiuderli.

**Prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento