di Federico Rampini
La Stampa, 25 febbraio 2020
Il mondo sta facendo le prove generali di come vivere senza la Cina. L'Europa le farà su come vivere senza l'Italia? Le conseguenze economiche del coronavirus sono già pesanti. Rischiano di aggravarsi ad ogni impennata del contagio, con le inevitabili misure di quarantena che isolano intere zone del mondo.
È cominciato quando Xi Jinping - dopo aver colpevolmente censurato per un mese le notizie - ha deciso di bloccare la vita sociale ed economica di 60 milioni di persone, attorno alla città-focolaio di Wuhan: un importante centro siderurgico e metalmeccanico, definita "la Chicago cinese".
Poi il resto del mondo ha dovuto proteggersi dalla Cina, imponendo un isolamento che cancella dalla mappa terrestre un mercato di viaggiatori da 150 milioni di voli annui. Altri cominciano a prendere provvedimenti altrettanto drastici in casa propria: la Corea del Sud cinge un cordone sanitario attorno a una delle sue maggiori metropoli. Il Giappone scivola verso una recessione. Questo accade dopo due anni in cui l'America aveva già tentato di avviare un decoupling, un divorzio economico e tecnologico dalla Cina. Non solo con la guerra dei dazi di Donald Trump o con le pressioni sugli europei contro il 5G di Huawei.
In realtà tutto l'establishment americano, incluso il partito democratico e l'intellighenzia progressista, hanno rivisto radicalmente i propri giudizi sulla Cina di Xi Jinping: sinistra e destra la considerano un rivale minaccioso, la cui ascesa va fermata prima che sia troppo tardi. Il coronavirus è un cataclisma che nessuno poteva prevedere, neppure nei suoi sogni più selvaggi Trump avrebbe immaginato un simile colpo sferrato alla superpotenza avversaria. Sta di fatto che l'emergenza sanitaria accelera quelle prove generali di decoupling o de-strutturazione della globalizzazione.
Il clima da guerra fredda, già percepibile l'anno scorso, sta peggiorando. La dice lunga l'incidente diplomatico attorno al Wall Street Journal, culminato con l'espulsione dalla Cina di tre corrispondenti di quel quotidiano. L'antefatto è un editoriale pubblicato nella pagina dei commenti del Wall Street Journal, a firma di uno storico autorevole, Walter Russell Mead. La tesi di Mead - ampiamente diffusa negli Stati Uniti - è che il coronavirus mette a nudo la debolezza di un regime autoritario, che censurando le cattive notizie ha danneggiato il proprio popolo e ha esportato una malattia nel resto del mondo.
Il titolo che il giornale ha dato a quell'intervento, "La Cina è il vero malato dell'Asia", ha fatto infuriare Xi Jinping. Il governo cinese ha accusato il Wall Street Journal di riesumare pregiudizi razzisti dell'Ottocento, il mito del "pericolo giallo". La reazione di Xi è stata spropositata, con l'espulsione dei tre giornalisti, prontamente condannata dal Dipartimento di Stato americano. È una spirale che nessuno sembra in grado di fermare.
Da una parte l'istinto autoritario di Xi lo porta a vedere ovunque complotti contro la Cina, e a reagire peggiorando la propria immagine internazionale. Xi ne approfitta anche per rimangiarsi le promesse fatte a Trump su un aumento delle importazioni agricole dall'America. Sul fronte opposto, negli Usa si rafforza una visione negativa della Cina che sembra precludere un ritorno alla competizione costruttiva dei trent'anni precedenti.
Il tono dei commenti sulla stampa americana è sferzante, vedi l'ultimo sul Wall Street Journal a firma del presidente di Next Di gital, Jimmy Lai: "Non c'è vaccino per il coronavirus, ma questa malattia rivela una verità che pone un rischio maggiore per Xi: non c'è cura per il comunismo cinese se non il crollo del partito".
I costi economici? Non si contano più le grandi fiere cancellate per tenere fuori i potenziali visitatori dalla Cina (che comunque verrebbero bloccati agli aeroporti). Apple è stata la prima delle mega-imprese americane ad annunciare un ribasso nei risultati economici, sia per la caduta delle vendite sul mercato cinese sia perché le sue fabbriche cinesi non forniscono la produzione attesa. I settori produttivi cominciano a prendere le misure del danno: dopo i trasporti e il turismo anche l'auto e il farmaceutico, l'elettronica e l'abbigliamento.
Perfino chi è scarsamente presente in Cina, non vi ha fabbriche né reti commerciali, scopre che nei propri prodotti sono incorporati componenti che venivano da là e scarseggiano. Trent'anni di globalizzazione, fondati sul dogma dell'apertura dei mercati e della complementarietà, hanno costruito catene produttive e logistiche così complesse che si fa fatica a districare il groviglio, a estrarne la parte cinese e farne a meno.
Amazon, che domina il commercio online in Occidente, non sa esattamente quanta parte dei 100 milioni di prodotti che mediamente tiene nei suoi magazzini siano destinati a scarseggiare per qualche interruzione nei flussi dalla Cina. Le prove generali per smontare la globalizzazione ora rischiano di trasferirsi su scala minore anche in Europa, dopo che l'area più produttiva d'Italia è colpita. Le prime reazioni dalla Francia o dall'Austria indicano che rischiamo di diventare i cinesi d'Europa. Le due superpotenze rivali su una sola cosa reagiscono all'unisono.
In Cina la banca centrale ha ripreso a pompare credito a buon mercato, e il governo prepara piani d'investimenti pubblici per attenuare la crisi. In America la Federal Reserve è pronta a ridurre nuovamente i suoi tassi, e il Congresso potrebbe varare un bilancio espansivo. L'Italia e l'Europa erano già in stagnazione prima dello shock da coronavirus, hanno bisogno di reagire senza indugi: dopo aver salvato le vite umane bisogna occuparsi del tenore di vita, del lavoro e del reddito di tutti.









