di Marco Neirotti
La Stampa, 24 agosto 2025
“Non siamo bestie ma esseri umani”, scriveva nei giorni scorsi un detenuto: “La politica è andata in ferie, lasciandoci come cani abbandonati”. Parole che annegano nel web: “Siete in vacanza tutto l’anno, mantenuti da noi!”. Una lieve protesta nel carcere di Asti e la visita del Radicale Daniele Robotti scatenano un colpo di spugna sulla storia del diritto. Tra sberleffi (“Rinchiudiamo anche i Radicali con loro”) spunta voglia di lager: “Per me possono dormire 40 in 3 metri quadri e mangiare un tozzo di pane ogni due mesi”. “Se non mangiano risparmiamo”, “Paghiamo le tasse per mantenerli”. Addestrata all’odio e alla sopraffazione, la società non approva una condanna nei limiti del vivere civile.
“Speriamo che rinuncino anche al riscaldamento”, “Se si fossero comportati bene non sarebbero lì, quindi che non si lamentino”. Sicuri? Dietro le sbarre ci sono più di 60 mila persone, 9 mila in attesa del primo giudizio, meno di 6 mila già condannate ma non ancora in via definitiva: alcuni potrebbero risultare innocenti. Secondo dati del Garante per i Detenuti e del sito di poliziapenitenziaria.it in vent’anni sono state 30 mila le detenzioni a carico di gente uscita pulita. Fra i “40 in 3 metri quadri” può trovarsi chiunque di noi, leoni da tastiera compresi: litighi con un vicino di casa birbone e lui t’infila un etto di cocaina in macchina, spiega che non è tua. Un ex detenuto: “Il carcere dovrebbe essere luogo di rieducazione.
Invece è luogo di sofferenza e morte”. Non è un rivoluzionario, è un ex senatore democristiano, poi Udc, Totò Cuffaro, già presidente della Regione siciliana: “Il carcere è una comunità nella quale ci sono tante brave persone sfortunate, un luogo dove finisce soprattutto gente distrutta dalla povertà. Il carcere trasforma gli uomini in maiali. Ma per l’Europa i maiali hanno diritto a sette metri quadrati per uno. Noi ne avevamo meno di cinque in quattro”.
Cinque metri gratis! Non è vero, il recluso deve pagare due terzi del mantenimento, fino a 1.300 euro l’anno. Lasciare le prigioni nel degrado significa sperare che chi esce torni a delinquere e significa, pur tra proclami di solidarietà, non capire il lavoro di agenti sotto organico con un compito delicato e difficile in una tensione alla quale fanno argine princìpi ed equilibrio del singolo.
Ancora il detenuto citato all’inizio: “Se qualche politico a caccia di voti, o qualche giornalista assetato di lettori, pensa di giocare sul contrasto tra agenti della polizia e persone detenute è completamente fuori dal mondo. Qui non siamo in mezzo alle piazze dove tra celerini e manifestanti violenti c’è un costante clima di scontro e spesso di odio. Qui i reparti delle carceri sono ormai in cogestione”.
E non è un buonista del “liberi tutti”, si chiama Gianni Alemanno, già sindaco di Roma e ministro in un governo Berlusconi, una vita nel Movimento Sociale, in Alleanza Nazionale, in Fratelli d’Italia (partito dal quale è uscito). Volete saperne di più? Alemanno invia un “Diario di cella” pubblicato sui social: non piange su stesso, racconta nel nome di tutti. L’autore di questo articolo (perdonate l’autocitazione) è entrato in galera tante volte, ha narrato sofferenze, speranze, spettacoli, rivolte, overdosi, ire violente, malattia, disperazione, suicidi, solidarietà. All’alba del 3 giugno 1989 è stato in un cortile di silenzio e singhiozzi fra le donne scampate al rogo del braccio femminile delle Vallette (11 vittime tra le quali due eroiche agenti che s’immergevano nel fumo per aprire le celle). E alle Vallette ha visto qualcosa mai visto fuori: nel teatro cattolici rivolti all’altare e musulmani rivolti verso la Mecca pregavano insieme. Il carcere è una palestra di sopravvivenza diversa dalle fantasie che sfarfallano in un’aula di Parlamento, su un palco di comizio o davanti alla tastiera di casa fra pasticcini, bibite e sigarette.











