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di Simonetta Sciandivasci

La Stampa, 5 ottobre 2025

Sui ragazzi avevamo sbagliato le previsioni. Come facciamo quasi sempre, su tutto. Perché le nostre previsioni sono, in verità, decisioni: piccoli esercizi di controllo sulla realtà, e in certi casi guerre alla realtà. Ci confortiamo con le letture più facili, le deduzioni veloci, e le usiamo per stabilire come andrà. Avevamo previsto che gli adolescenti, i ventenni, gli universitari, i ragazzi italiani, e di tutto il mondo, di questo tempo, si sarebbero alzati dai divani solo per ricaricare gli smartphone, e che solo e soltanto da lì avrebbero condotto le loro battaglie: avevamo deciso che sarebbe andata così. Avevamo deciso che erano una generazione troppo fragile e smidollata, viziata e acerba, privilegiata e frammentata, per guidare una rivoluzione, o anche solo individuare un punto comune da tenere fermo, tutti insieme. E questo ci serviva a dirgli come avrebbero dovuto fare, perché eravamo certi che non lo avrebbero fatto. Ben lungi da dargli un esempio, non abbiamo fatto altro che dirgli di svegliarsi, alzarsi, indignarsi, ribellarsi, informarsi, appassionarsi, amarsi, scoprirsi, toccarsi.

Quando hanno cominciato a fare gli attivisti sui loro profili di Instagram e TikTok, li abbiamo o derisi o sottovalutati. Lo slaktivism, l’attivismo digitale, è stato uno dei molti mali del nostro tempo al quale abbiamo dato statuto di sintomo di malattia incurabile. Quando hanno cominciato a scendere in strada, li abbiamo accusati di farlo in modo scomposto e buffonesco: bambini, buoni, non si gettano le zuppe su Van Gogh. Bambini, dominio. Ragazzini, signoria. C’è stato un momento, qualche anno fa, in cui durante alcune occupazioni di licei romani, è venuto fuori genitori portavano ai figli coperte e patatine per la notte, e anche lì ci siamo arrischiati a dire che erano dei bamboccioni. Abbiamo insultato la loro musica: non si capisce niente, non ci sono parole, non ci sono storie, non c’è avventura, non c’è poesia. Abbiamo irriso la loro immaginazione quando ci hanno chiesto di rivedere le nostre idee su cos’è un uomo e cos’è una donna, quando ci hanno dato la grande lezione sulla metamorfosi come volano dell’identità. Non abbiamo saputo ascoltarli quando mettevano in pratica quello che il poeta Ben Lerner dice oggi a questo giornale: sperare in una possibilità migliore, avere sogni e desideri irrazionali, e crederci in modo così forte da creare un contagio di energie che, insieme, cambiano la luce del mondo, la sua direzione, la sua ambizione.

Abbiamo lanciato allarmi sulla loro regressione sessuale, perdendo l’occasione di capire che i loro nonni hanno fatto la liberazione del sesso e loro, invece, vogliono fare la liberazione dal sesso, e ci siamo persi l’occasione di trarre, dal loro ripensamento, beneficio, possibilità, nuove prospettiva. Abbiamo convocato psicologi e psichiatri per farci dire come mai soffrono così tanto, hanno paura di uscire, sono vegani radicali. Non abbiamo visto che dei social si sono stancati, che hanno cominciato a disintossicarsene, e che ci hanno lasciati lì sopra a polemizzare, sacramentare, proiettare. Noi, sì, smaterializzati e divisi, narcotizzati, pigri e tronfi nel decretare che siccome non hanno canzoni condivise, non possono avere principi condivisi. Poi, però, dopo due anni di massacri in diretta, a cui hanno assistito dai loro telefoni, mentre noi eravamo impegnati a spiegargli come ci si informa e a rimproverarli perché abusano di meme anziché di giornali, e che per colpa di quelle vignette che deridono tutto, anche le tragedie, non avrebbero mai avuto la contezza degli eventi necessaria a ribellarsi, è successo che si sono ribellati. L’essere umano, quando capisce che, per andare avanti, deve cambiare mezzo e posizione, lo fa, s’adatta. E così, i ragazzi hanno fatto la sola cosa che è rimasta da fare, perché è la sola che funziona: hanno gettato il corpo nella lotta. Hanno iniettato di senso la democrazia, quella che credevamo non avessero a cuore. Chi l’avrebbe mai detto che la Storia sarebbe tornata a fare la Storia: non a ripetersi ma a generare un gigantesco imprevisto. A sfuggirci di mano.